venerdì 27 giugno 2014

Elementare

Banale, elementare, come si vuole definirlo il bisogno di chiacchierare con una vecchia conoscenza?
Elementare, nella sua semplicità logica ed emotiva.
Sono passati poco meno di tre anni da quando ci siamo viste l'ultima volta. Di sicuro sono passati tre anni dal falò in spiaggia quando, bruciando gli odiatissimi appunti sulle derivate, ho pensato: "però... mi mancherà".
"Il tempo ci spinge verso direzioni diverse" dice Capovilla. Così è stato.
Involontariamente la distanza fisica è diventata distanza temporale. Eppure, chissà, oggi le ho scritto come se domani mattina dovessimo vederci nella solita aula dipinta di verde, come se dovessimo sfogarci per l'ennesimo compito a sorpresa di matematica. In cui, inevitabilmente, eravamo tra le peggiori.
Stasera ho chiuso i libri perchè non riuscivo più a vedere i contorno delle lettere.
"Come procede la vita?" le chiedo ingenuamente.
"Lavoro". Scrive e cancella, scrive e cancella. Quei puntini di sospensione sono tre nodi in gola di qualcuno che prova vergogna.
La incalzo, le chiedo dove lavora.
"Faccio... la cassiera".
Lei si vergogna, ma la stupida sono io, che mi ero resa conto che non voleva dirmi che lavoro facesse, ma l'ho incalzata lo stesso.
Elementare era anche la mia convinzione che studiasse. Abbiamo frequentato lo stesso liceo, la stessa classe, le stesse ricreazioni, le stesse corse nei corridoi. Per non parlare delle risposte ai compiti di matematica e chimica, voti inclusi. 
Nelle ore finte di educazione fisica, quando guardavamo con orrore gli sballonzolamenti nelle altrui tute, non pensavo al futuro, nè mi sarebbe mai venuto in mente che le nostre possibilità fossero così diverse.
Dal suo imbarazzo mi sono accorta di una scoperta tanto ovvia quanto elementare: io sono nata e cresciuta in centro, lei in periferia. Io ho frequentato classi eccellenti, ho fatto esperienze stimolanti fin da piccola, lei giocava con gli altri bambini per la strada o nel cortile dell'oratorio. A casa mia ci sono mille libri, da lei quasi non c'è posto per i letti.
Elementare. E terribile, nella sua ovvietà.
Al liceo abbiamo avuto le stesse opportunità, però. Ma io le afferravo con voracità, lei preferiva imparare a ballare.
La questione è elementare: io ho acquisito una forma mentis, lei poteva solo percepire gli stimoli.
Con stupore sciocco mi rendo conto dell'abissale differenza della qualità della scuola, a seconda del posto in cui si cresce. Ancor più sconvolgente è scoprire quanto la cattiva distribuzione delle risorse condizioni la vita di un essere umano. E non in Africa, non chissà dove nel mondo. Qui, accanto a te.
Anche don Milani aveva espresso un pensiero elementare: insegnare vuol dire prendersi cura dell'altro. Ma non è così, o almeno, è così se nasci nel posto giusto. 
Spesso sento di non meritare le opportunità che mi vengono offerte. Troppo spesso, tornando a casa (quella dove la terra è nera di ferro), scopro che chi se le merita fa il pendolare Andria-Bari.
Ma io posso scegliere, posso addirittura concedermi il lusso di rifiutare delle offerte.
E' molto peggio di quello che si vuole ammettere. E' come sapere che dal primo giorno di prima elementare tuo figlio da grande farà il cassiere. Non vuoi farlo? Mi spiace, mamma e papà ti hanno comprato questo futuro, era in offerta.
Ovvio, scontato, come il futuro di chi nasce in periferia. 
Può darsi che non ci sia bisogno di ragionamenti elaborati, basta una scoperta elementare. Che poi, non è ancora così evidente.

lunedì 2 giugno 2014

Resilienza

Come stai, dici?
Hai presente quelle scarpette rosse con la punta di gesso che ho comprato a 14 anni? Sto così.
Sto con queste cosette bellissime tra le mani, le guardo, le rigiro, le infilo ai piedi, ma non le so usare.
Si, si, ci riprovo, non ti preoccupare, questa volta non ho speso soldi inutili.
Però mi fanno male e io non c'ero alla lezione in cui hanno spiegato come si fa a stare in equilibrio sulle punte. No, va bene, la recupero quella lezione. Ma se mi fa troppo male stare sulle punte? Forse sono goffa... no, dai davvero, non lo so se mi va. Quanto chiedono su eBay secondo te?
Pronto? Dai, non fare così, non la prendere come una cosa personale... Si, mi vanno ancora le scarpette, non mi sono cresciuti i piedi.
Ma dai, mi vedi, grande e grossa come sono, a tentare di stare sulle punte! No, basta, le vendo.
Pronto? Pronto?
Come sto...
Perchè vuoi che ti risponda come fanno tutti? Lo sai che ho quella sindrome... quella che ti costringere a dire quello che pensi, come si chiama? Sindrome di Asperger? Si, vabbè, forse non ce l'ho davvero.
Sto come una che ha dimenticato tutte le parole che conosceva e non sa più come esprimere quello che ha in testa. Io non ho una guerra, nella testa, come dicono tutti. A me sembra di avere uno spazio enorme e bianco e non sapere più come riempirlo, se metterci un divano o una tenda.
Sei ancora in linea? Mi stai ascoltando?
Sembra che tu stia ascoltando qualcos'altro, mi segui? Si, si, la smetto. Senti, ma tu lo sai cos'è la "resilienza"? Come che c'entra! Ascoltami.
L'altra sera sono andata al cinema. No! Lo so che hai fretta, ma mi devi ascoltare! Non sono una dei mille impegni che hai, a me batte il cuore, mi devi stare a sentire! Siediti.
Ecco, ero al cinema a vedere un documentario sull'ecologia. Non sbuffare, lo sai che sono noiosa.
La resilienza è la capacità di un sistema di reagire con positività ad un trauma. Ad esempio, se io ti lasciassi adesso, potremmo parlare di resilienza se tu andassi a ballare.
Ah, mi avevi chiamato per questo? No, non mi va di venire. Lo sai che non so ballare.
Si, si, poi ti racconto se qualcuno ha comprato le mie scarpette.

venerdì 24 gennaio 2014

Giano

Giano ha due volti: uno rivolto al futuro e l'altro al passato.
Io e te siamo come Giano, ma il nostro destino è meno spirituale. Apparteniamo allo stesso corpo, perfettamente sovrapponibili nei gesti, negli atteggiamenti. Totalmente incapaci di guardarsi negli occhi.
Ognuno guarda nella propria direzione, nessuno dei due riesce a vedere l'altro.
Non riusciamo a vedere nemmeno lo stesso orizzonte. Forse siamo l'Androgino di Platone, ma con i corpi al contrario, per questo non riusciamo a stare abbracciati.
Siamo due candele, l'una di fronte all'altra, spente. Nessuno ha il fiammifero per accenderci, nessuno può farci sciogliere. 
Il mondo scorre, io seguo il mio rivolo, tu corri dietro al tuo.
Finiamola qui.

Vivo in una prigione.
E' terribile, perchè non c'è amnistia che mi possa liberare. A te non interessa farlo.
La mia mente ha imposto delle rigide sbarre di ferro e non riesco ad uscire. Tu vivi nel tuo meraviglioso mondo delle regole, delle cose giuste e logiche e non vedi e non ti interessa la mia folle gabbia cerebrale.

Ordinario, sei ordinario.
Fai la cosa giusta, fai le cose che ti piacciono, sei incontestabile. Che rabbia, che odio! E' insopportabile la tua faccia perfettamente composta, con la tua barba sempre curata, con i capelli sempre ben tagliati.
Non sbagli mai.

Dici che non parlo, che so solo guardarti. Se anche tu mi guardassi, sentiresti tutte le cose che ti racconto con lo sguardo.
Ma tu ti infastidisci e abbassi gli occhi.

Abbiamo dormito insieme e niente, nemmeno un battito del cuore sembrava andare a tempo.
Nemmeno le nostre braccia si incontravano mai.

Non ti sopporto più. Perchè i tuoi difetti sono i miei e vederli vivi è insopportabile.
Finirà, perchè i due volti di Giano stanno iniziando a spingere in direzioni opposte e questo debole corpo finirà dilaniato.