Questa volta vado fuori tema: niente fantasiosi racconti. Per questa volta concedetemi un racconto vero, un'indignazione reale, un'acre presa d'atto.
Ho detto che voglio che il mio pensiero sia come l'ortica e stavolta pruderà.
Domani è il Primo Maggio, festa dei Lavoratori: una festa che rivendica il lavoro, la giustizia, il bisogno di sicurezza sul e per il lavoro e, purtroppo, anche una protesta contro la precarietà. E io, che a vent'anni non posso dirmi lavoratrice, mi sento precaria, anzi, molto più che precaria: senza traccia.
A quindici anni ho scritto sul primo numero del giornalino scolastico. Un'esperienza bellissima e formativa, con delle vere redazioni, un giornalista a guidarci e tanti pomeriggi spesi a scuola. Ho imparato, seppure in piccolo, com'è un giornale e come muoversi tra le notizie, come impostare un articolo o un'intervista.
Ma il giornalino su cui tanto abbiamo lavorato è uscito a giugno, quando la scuola era deserta, stampato su semplici A4 e goffamente rilegato con dello scotch colorato, perciò, solo noi che ci abbiamo scritto ne abbiamo letto gli articoli. Poco male, ho imparato qualcosa.
L'anno dopo il giornalista non c'era più, hanno cambiato il nome del giornalino e soprattutto hanno cercato di cambiare l' "indirizzo" da dare. Però sono stata nominata Capo Redattrice.
La cosa divertente, amaramente divertente, è che questo giornalino non è stato mai nemmeno stampato. Anzi, sembra proprio sparito nel nulla, così come i pomeriggi afosi passati nell'aula computer a scrivere, a spingere gli altri a consegnare i loro articoli... Nessuno sa dove sia e così, questa bella esperienza rimane solo un ricordo, senza nè attestati nè riconoscimenti. Anche se ci ho faticato.
Nel frattempo scrivevo su un giornale locale, un bel progetto di informazione cittadina, il mio primo giornale "vero". Quanti articoli ci ho scritto!
Ma... Niente contratto. Si, perchè il giornale aveva degli sponsor a sostenerlo e sin da subito si era capito che c'erano grossi problemi economici, perciò era meglio risparmiare sulla sedicenne senza esperienza. Chissà se nel mio curriculum potrò inserirlo.
Il giornale, dopo due anni di agonia, ha chiuso. La fortuna ha voluto che un giornalista notasse i miei articoli e che mi chiamasse a collaborare.
E' stata una gioia immensa: io, a soli diciassette anni collaboravo per un importante quotidiano!
Però, mi dice il caporedattore, non possiamo inserire il tuo nome agli articoli che scrivi, sei minorenne e non ti possiamo assumere. Ma che m'importa! Scriverò articoli senza nome fino a quando non arriverà il mio compleanno!
Poi hanno cominciato a dire che la carta stampata era in crisi, io ero piccola, non era il momento adatto per firmare contratti, i giornalisti scioperano, come facciamo ad assumere, la crisi, bla bla bla.
Quando ho compiuto diciott'anni ho provato a rientrare, ma addirittura non mi rispondevano. Altri quattro articoli senza nome e senza traccia.
Poi però ho conosciuto una giornalista di una televisione locale che mi ha presa sotto la sua ala protettiva e mi ha portata nella redazione del telegiornale. E' stato bellissimo. Quasi ogni giorno mi sedevo tra la scrivanie di una vera redazione, mi mettevo diligentemente a leggere le notizie del giorno, quando ne trovavo qualcuna interessante ci scrivevo un articolo e poi lo facevo revisionare. Che emozione quando il caporedattire mi ha fatto i complimenti! Ero tutta rossa ed emozionata!
Quanto era appagante sentire i miei articoli letti in televisione! Quanto orgoglio quella volta in cui mi hanno fatto registrare un servizio: era la mia voce! Era il mio articolo!
Ma era un piccola televisione privata, la crisi, il pagamento delle frequenze, io sono partita per l'università... Anche stavolta niente contratto, ma forse un piccola traccia del mio passaggio c'è. Ed è già un passo in avanti, anche se il numero di articoli che ho scritto non è sufficiente per iscrivermi all'albo.
Oggi scrivo per il giornale dell'università, una rubrica di cinema e teatro, ho tanta libertà e mi piace molto. Vorrei scrivere anche su altre rubriche, con calma farò tutto. E visto che scrivo così tanto, chiedo al Direttore se i miei articoli possono essere registrati per entrare nell'albo dei pubblicisti.
Non abbiamo un direttore responsabile, siamo un giornale universitario... insomma, anche qui tanto impegno, tanta passione che non possono concretizzarsi. Sono forse un' arrivista con l'ossessione di arricchire il curriculum? Direi di no.
Voglio fare la giornalista, ma è un mestiere molto competitivo e se hai più esperienza hai più possibilità. Soprattutto perchè voglio che la scrittura sia la mia unica fonte di sostentamento. Perchè so fare solo questo.
Sono precaria ancora prima di affacciarmi al mondo del lavoro. Ho fatto delle esperienze che mi pongono in una posizione di vantaggio, ma non posso dirlo. Perchè non c'è traccia formale.
E mi viene da ridere quando mi dicono: "hai vent'anni, non hai esperienza, non ti possiamo fare il contratto". Invece le esperienze le ho fatte e sono anche molte,sebbene non tante, rispetto ai miei coetanei con lo stesso sogno. Sembra quasi che fin quando non avrò trent'anni sarà giusto spremermi, senza pagarmi, perchè "devo formarmi" e quando non ci saranno più mamma e papà a pagarmi la formazione, sembrerà quasi che non ho fatto niente fino a quel momento. E allora sarò troppo grande e senza esperienza. Ma con tanti bei ricordi.
lunedì 30 aprile 2012
domenica 15 aprile 2012
Dualismi
C'è tanto d'inespresso. C'è arte, c'è cuore, c'è sentimento... Ma rimane tutto sospeso, come la pioggia nei nuvoloni che coprono oggi Roma.
E' fortissima, la sento devastare ogni organo del mio corpo, placata dalla forma, dal contenimento di se stessi, dal mantenimento delle apparenze. Sono io, è il mio bisogno di esprimermi, è la mia necessità d'arte e bellezza. Gode se inondata da una pari urgenza di poesia, brilla nella penombra di un concerto, piange di gioia, ride, urla, canta se avvolta da un dolcissimo sorriso che le parla a dita callose con una chitarra.
Ma io no, la contenuta me mantiene la forma, anzi, il formalismo della brava studentessa. La Me Maledetta mi arpiona i polmoni con i denti, si strappa i capelli e si graffia il petto, urla: "esprimi! Dammi la poesia! Cerca degli occhi, un sorriso! Salvati!".
E io cerco, ma il Contenimento mi dice che è inutile, la gente è cattiva e che gli artisti- quelli veri, quelli che parlano al tuo Essere senza conoscerti- vivono in una sorta di Monte Olimpo ben lontano da questa stanza, dalla strada per l'Università, dai gradini del Sabato. Tu, ragazzina, giochi a fare la bohemien, stai zitta, apri i libri, studia, smettila di annodare la tua apparenza ad uno stereotipo vecchio ed insulso. Si, scrivi, ma chi non sa scrivere a questo mondo?
La Maledetta allora mi prende a calci i fianchi: smettila di fare la bambinetta piagnucolosa! C'è tanta meraviglia qui dentro, tanta musica, tanta cura dei gesti, delle parole, fammi uscire, maledetta!
Prendi la macchina fotografica, ecco, ferma questo momento. Lo vedi? Si, si, tu lo puoi vedere! Avanti, ti prego, salva la tua parte Maledetta, dillo ad alta voce, scrivilo! Cosa vedi?
Vedo oltre il momento.
Vedo oltre il sorriso di un timido.
Vedo... Vedo la poesia di un ragazzino che canta forte in motorino.
Vedo le lacrime di una canzone...
Dimmi, Maledetta, è questo ciò che sei? Sei un binocolo?
Quanto male puoi farmi se ti lascio uscire?
Fidati, mi dice. Il Contenimento ingoia la via d'uscita. E ora, come faccio?
La Maledetta rimane lì, attonita dalla cattiveria del Contenimento. Dentro di me è sbalordita, tanto vicina all'uscita da potermi rivoluzionare, ricacciata nello stomaco, proprio vicino a quel posto... si, quello da cui dicono nascano le emozioni... L'anima? No, chi ci crede. Quel posto al centro del corpo, quello che se si sposta ti fa dondolare tra Contenimento e Maledizione.
Ci era andata vicina, ma nella sua natura è scritto che sarà per sempre parte di una ferocissima lotta tra dentro e fuori, un irrisolvibile dualismo umano.
E' fortissima, la sento devastare ogni organo del mio corpo, placata dalla forma, dal contenimento di se stessi, dal mantenimento delle apparenze. Sono io, è il mio bisogno di esprimermi, è la mia necessità d'arte e bellezza. Gode se inondata da una pari urgenza di poesia, brilla nella penombra di un concerto, piange di gioia, ride, urla, canta se avvolta da un dolcissimo sorriso che le parla a dita callose con una chitarra.
Ma io no, la contenuta me mantiene la forma, anzi, il formalismo della brava studentessa. La Me Maledetta mi arpiona i polmoni con i denti, si strappa i capelli e si graffia il petto, urla: "esprimi! Dammi la poesia! Cerca degli occhi, un sorriso! Salvati!".
E io cerco, ma il Contenimento mi dice che è inutile, la gente è cattiva e che gli artisti- quelli veri, quelli che parlano al tuo Essere senza conoscerti- vivono in una sorta di Monte Olimpo ben lontano da questa stanza, dalla strada per l'Università, dai gradini del Sabato. Tu, ragazzina, giochi a fare la bohemien, stai zitta, apri i libri, studia, smettila di annodare la tua apparenza ad uno stereotipo vecchio ed insulso. Si, scrivi, ma chi non sa scrivere a questo mondo?
La Maledetta allora mi prende a calci i fianchi: smettila di fare la bambinetta piagnucolosa! C'è tanta meraviglia qui dentro, tanta musica, tanta cura dei gesti, delle parole, fammi uscire, maledetta!
Prendi la macchina fotografica, ecco, ferma questo momento. Lo vedi? Si, si, tu lo puoi vedere! Avanti, ti prego, salva la tua parte Maledetta, dillo ad alta voce, scrivilo! Cosa vedi?
Vedo oltre il momento.
Vedo oltre il sorriso di un timido.
Vedo... Vedo la poesia di un ragazzino che canta forte in motorino.
Vedo le lacrime di una canzone...
Dimmi, Maledetta, è questo ciò che sei? Sei un binocolo?
Quanto male puoi farmi se ti lascio uscire?
Fidati, mi dice. Il Contenimento ingoia la via d'uscita. E ora, come faccio?
La Maledetta rimane lì, attonita dalla cattiveria del Contenimento. Dentro di me è sbalordita, tanto vicina all'uscita da potermi rivoluzionare, ricacciata nello stomaco, proprio vicino a quel posto... si, quello da cui dicono nascano le emozioni... L'anima? No, chi ci crede. Quel posto al centro del corpo, quello che se si sposta ti fa dondolare tra Contenimento e Maledizione.
Ci era andata vicina, ma nella sua natura è scritto che sarà per sempre parte di una ferocissima lotta tra dentro e fuori, un irrisolvibile dualismo umano.
domenica 1 aprile 2012
Lo Spreco
Io sono lo spreco.
Sono la matita in eccesso all'angolo dell'occhio;
sono il rossetto sotto le unghie;
sono l'acqua che cola sul mento quando bevi.
Sono il biscotto che immergi nel latte la mattina, con tanta attenzione aspetti che cada giù e proprio quando ti distrai diventa troppo molle e il tuo cucchiaio non riesce a recuperarmi. Ecco, io sono il biscotto spappolato sul fondo della tazza.
Sono seduta a questo tavolo da un'ora e lui guarda fuori dalla finestra. Immerge l'ennesimo biscotto nel latte e guarda fuori e quando si accorge che di nuovo si è trasformato in una disgustosa crema informe lancia ancora un'imprecazione e ne immerge un altro.
Va così da un'ora, non una parola, qualche sorriso e un abbraccio triste, troppo triste per essere spontaneo. Un abbraccio sprecato, un modo silenzioso per gettare lo spreco.
Ieri, dopo troppi mesi di occhiaie scavate con le unghie, rughe diventati canali per le lacrime, l'ho portato al cinema, sperando che, come quando eravamo ragazzini e cercavamo il buio per stare insieme, avrebbe afferrato nella penombra cinematografica la mia mano.
Lui la stringeva la mano, si, la stringeva forte. Ma non era la mia.
Ecco perchè aveva insistito tanto che non andassimo soli.
Fuori dal cinema, rideva e fumava con lei mentre pagava meccanicamente il conto dei miei abbracci settimanali, guardava lei.
Lei che non era bella, non si truccava, non perdeva troppo tempo con i vestiti.
Io invece ne spreco tanto di tempo, non solo per migliorare il mio aspetto, ma per migliorare me stessa: ore di lavaggi a mano della mia essenza, ore di smacchiatore sui miei difetti, ore che non erano abbastanza.
Io sono lo spreco, seduta a questo tavolo e lo guardo affogare l'ennesimo biscotto.
Alla fine lui svuota la tazza nel lavandino, facendo scorrere l'acqua, anche se tutti quei biscotti sprecati non vanno via, sono lì ad otturare il passaggio. Mi guarda amaramente e lo spreco va via, liberando le tubature.
Sono la matita in eccesso all'angolo dell'occhio;
sono il rossetto sotto le unghie;
sono l'acqua che cola sul mento quando bevi.
Sono il biscotto che immergi nel latte la mattina, con tanta attenzione aspetti che cada giù e proprio quando ti distrai diventa troppo molle e il tuo cucchiaio non riesce a recuperarmi. Ecco, io sono il biscotto spappolato sul fondo della tazza.
Sono seduta a questo tavolo da un'ora e lui guarda fuori dalla finestra. Immerge l'ennesimo biscotto nel latte e guarda fuori e quando si accorge che di nuovo si è trasformato in una disgustosa crema informe lancia ancora un'imprecazione e ne immerge un altro.
Va così da un'ora, non una parola, qualche sorriso e un abbraccio triste, troppo triste per essere spontaneo. Un abbraccio sprecato, un modo silenzioso per gettare lo spreco.
Ieri, dopo troppi mesi di occhiaie scavate con le unghie, rughe diventati canali per le lacrime, l'ho portato al cinema, sperando che, come quando eravamo ragazzini e cercavamo il buio per stare insieme, avrebbe afferrato nella penombra cinematografica la mia mano.
Lui la stringeva la mano, si, la stringeva forte. Ma non era la mia.
Ecco perchè aveva insistito tanto che non andassimo soli.
Fuori dal cinema, rideva e fumava con lei mentre pagava meccanicamente il conto dei miei abbracci settimanali, guardava lei.
Lei che non era bella, non si truccava, non perdeva troppo tempo con i vestiti.
Io invece ne spreco tanto di tempo, non solo per migliorare il mio aspetto, ma per migliorare me stessa: ore di lavaggi a mano della mia essenza, ore di smacchiatore sui miei difetti, ore che non erano abbastanza.
Io sono lo spreco, seduta a questo tavolo e lo guardo affogare l'ennesimo biscotto.
Alla fine lui svuota la tazza nel lavandino, facendo scorrere l'acqua, anche se tutti quei biscotti sprecati non vanno via, sono lì ad otturare il passaggio. Mi guarda amaramente e lo spreco va via, liberando le tubature.
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