La lampada di carta di riso emanava una luce calda che si infrangeva contro le gambe del letto. La luna entrava di prepotenza nella stanza, sfidando con superbia le luci della strada.
Lei dormiva sotto l'enorme piumino.
"Che freddo! Ma le paghi le bollette? Vieni qui".
Vieni qui. Dopo ore ad osservare ogni pennellata sul suo viso d'ambra, a tentare di ripercorrela con le dita mentre lei parlava e rideva, erano finiti intrecciati.
E i suoi denti bianchi volevano fare a gara con quella luna invernale. Vincevano sempre.
In quella casa non c'era nulla fuori posto. O meglio, c'erano fogli sparsi ovunque, le scarpe erano nell'armadio assieme alle pentole e c'era una vecchia valigia nel bel mezzo del corridoio, ma tutto funzionava perfettamente, tutto era Lei.
La osservava rigirarsi nel sonno, pesante e silenzioso. Tutti i capelli davanti al viso, come se un'incredibile forza la attirasse verso il cuscino.
Rilesse.
Lui osservò di nuovo la stanza, la descrizione di Lei che dorme, di come erano finiti a letto.
Rilesse ancora e Lei cominciò a sbiadire.
L'aveva descritta, sognata, prevista, sperata. Tutto era stampato, anzi, marchiato, in quelle pagine. E in quelle parole Lei era bellissima, una dea greca moderna.
E anche in quel letto Lei era bellissima, accarezzata dalla penombra e dai suoi capelli invadenti, ma stava sbiadendo . Inspiegabilmente scolorita.
Lui rilesse ancora. Stavolta Lei sparì tra le sue lacrime, divenne un riflesso ondeggiante nei suoi occhi, la ragione che fece esplodere la sua mente.
Lui corse alla scrivania, tentò di fermare con l'inchiostro quelle lacrime, quell'esatto momento in cui lei diventò carta.
La testa china sul foglio, le dita bianche attorno alla penna, Lei si stava trasformando un racconto. Lei era altro.
Non era la stessa intrappolata in quei fogli, era un'altra versione, più imperfetta di quella cartacea. Non era sinuosa come quelle parole nere arrotolate tra le pagine.
Era irrisolta, come una domanda senza punto interrogativo. Non era la maestosa ed imponente figura di cui parlava. Sembrava un riflesso allo specchio.
Prima che Lei sbiadisse del tutto, sopraffatta dalle parole, Lui capì che l'avrebbe amata per sempre, ma attraverso la propria penna.
Nella notte gelida un uomo camminava, innamorato della sua donna di carta. Il riflesso allo specchio della donna di carta pianse tutte le lacrime per le otto parole con cui l'uomo aveva dichiarato il tradimento:" Due lunghe e romantiche vite divise dalle parole".
martedì 27 novembre 2012
domenica 28 ottobre 2012
Bianca e/è vuota
Bianca era stesa a pancia in su nel suo letto. Da lì dominava la stanza in penombra, con la finestra perfettamente incastonata in un muro sbriciolato e grigiastro.
Non c'era mai la luce diretta lì dentro: rimaneva inesorabilmente impigliata tra le piante del vecchio giardino condominiale. C'era un lunghissimo elenco di cose da fare, ma nel frattempo Bianca rimaneva lì a studiare i disegni che si erano composti con l'intonaco scrostato da anni e anni di poster attaccati e staccati con lo scotch.
Era domenica mattina e si sentivano le voci delle famiglie atomiche che si ricomponevano per il pranzo, le sedie e i piatti che già a quell'ora venivano disposti sulla tavola e...due voci maschili per le scale. Due voci sfacciate che se ne fregavano della tenera sacralità di quei rumori e con insofferente rigore leggevano i nomi sui campanelli, ridevano dei cognomi, per poi ricomporsi e suonare.
"Signoraaa! 'A signò! Signoraa!" urlavano, battendo ripetutamente alla porta con le nocche. La gente allarmata correva ad aprire per poi richiudere frettolosamente.
Driin. Fu il turno di Bianca.
Lo spioncino della sua porta rimaneva sempre aperto e uno spiraglio rotondo di luce filtrava notte e giorno nel corridoio buio. In quel momento due figure in camicia azzurra avevano conquistato quello spiraglio che li deformava e li appendeva sottosopra al piccolo vetro.
Bianca li osservò qualche istante da lì: avevano le maniche arrotolate fino al gomito, le spalle larghe, i capelli rasati, uno dei due aveva un'orribile voglia rossa che andava dall'occhio destro sino a metà della guancia, gli occhi verde foglia e un viso da sembrare finto.
I due ripetevano il solito rito, ma stavolta l'uomo con la voglia rimase immobile a fissare lo spioncino, sorridendo come un manichino.
Bianca si allontanò, ma in quel preciso istante la porta si aprì. Come se avessero la chiave, senza indugio sorrisero a Bianca.
" 'A signò, ti offriamo un pacchetto speciale: la nuova aspirapolvere Folletto e...".
Bianca era stesa a pancia in su in un letto. Non era il suo.
Le lenzuola erano bianche, le pareti erano bianche e c'era una finestra dipinta di bianco.
Bianca provò a sollevarsi dal letto, ma le gambe non ressero. Sdraiata sul pavimento si accorse di indossare una enorme camicia, bianca. Da lì vide la luce nera e notturna, il cielo rossastro e palazzi che non conosceva.
Le braccia piene di lividi e la certezza assoluta di essere stata privata. Privata. Non un verbo, non le avevano tolto qualcosa, era diventata di qualcuno, di altri, di tutti. Non era più suo il corpo, era una membrana che le stava addosso, dentro era stata svuotata, scavata e ripulita. Rimaneva solo l'immagine di una distruzione.
Cercò di aprire la porta senza maniglia e si trovò in un lungo corridoio senza mobili, dove l'unica cosa mobile era il flaccido ventre dell'uomo che sonnecchiava su una sedia. Bianca ci passò davanti con indifferenza.
Si trovò in strada senza alcuno sforzo, su di una lunga strada umida. Verde, poi gialla e rossa, rifletteva il semaforo. Bianca la percorreva in silenzio. Un ragazzo seduto sul muretto faceva facce buffe, mentre una ragazzina urlante gli scattava delle foto ridendo eccessivamente.
Bianca li osservò. E vide il vuoto profondersi anche in loro, ma inconsapevolmente.
Lei sapeva, era consapevole di essere vuota e questo la rendeva piena.
Era stata privata e ne era a conoscenza, solo per questo, allora poteva rimediare, riempendosi.
Il silenzio le faceva fischiare le orecchie, il dolore le faceva scoppiare la testa, ma la disperazione la fece trascinare.
Il semaforo tinse di verde la strada, Bianca camminava con lo stomaco annodato e una vita che le stava addosso come un peso, il cielo minaccioso era rosso.
Andare fu la cura, andare per riprendersi. Riprendersi come cura e riprendersi ciò che era privato. Bianca lasciò la strada verde e familiare e il cielo rosso e comprensivo. Cercò un cielo blu, più vero, più naturale e un rosso che le desse calore.
Non c'era mai la luce diretta lì dentro: rimaneva inesorabilmente impigliata tra le piante del vecchio giardino condominiale. C'era un lunghissimo elenco di cose da fare, ma nel frattempo Bianca rimaneva lì a studiare i disegni che si erano composti con l'intonaco scrostato da anni e anni di poster attaccati e staccati con lo scotch.
Era domenica mattina e si sentivano le voci delle famiglie atomiche che si ricomponevano per il pranzo, le sedie e i piatti che già a quell'ora venivano disposti sulla tavola e...due voci maschili per le scale. Due voci sfacciate che se ne fregavano della tenera sacralità di quei rumori e con insofferente rigore leggevano i nomi sui campanelli, ridevano dei cognomi, per poi ricomporsi e suonare.
"Signoraaa! 'A signò! Signoraa!" urlavano, battendo ripetutamente alla porta con le nocche. La gente allarmata correva ad aprire per poi richiudere frettolosamente.
Driin. Fu il turno di Bianca.
Lo spioncino della sua porta rimaneva sempre aperto e uno spiraglio rotondo di luce filtrava notte e giorno nel corridoio buio. In quel momento due figure in camicia azzurra avevano conquistato quello spiraglio che li deformava e li appendeva sottosopra al piccolo vetro.
Bianca li osservò qualche istante da lì: avevano le maniche arrotolate fino al gomito, le spalle larghe, i capelli rasati, uno dei due aveva un'orribile voglia rossa che andava dall'occhio destro sino a metà della guancia, gli occhi verde foglia e un viso da sembrare finto.
I due ripetevano il solito rito, ma stavolta l'uomo con la voglia rimase immobile a fissare lo spioncino, sorridendo come un manichino.
Bianca si allontanò, ma in quel preciso istante la porta si aprì. Come se avessero la chiave, senza indugio sorrisero a Bianca.
" 'A signò, ti offriamo un pacchetto speciale: la nuova aspirapolvere Folletto e...".
Bianca era stesa a pancia in su in un letto. Non era il suo.
Le lenzuola erano bianche, le pareti erano bianche e c'era una finestra dipinta di bianco.
Bianca provò a sollevarsi dal letto, ma le gambe non ressero. Sdraiata sul pavimento si accorse di indossare una enorme camicia, bianca. Da lì vide la luce nera e notturna, il cielo rossastro e palazzi che non conosceva.
Le braccia piene di lividi e la certezza assoluta di essere stata privata. Privata. Non un verbo, non le avevano tolto qualcosa, era diventata di qualcuno, di altri, di tutti. Non era più suo il corpo, era una membrana che le stava addosso, dentro era stata svuotata, scavata e ripulita. Rimaneva solo l'immagine di una distruzione.
Cercò di aprire la porta senza maniglia e si trovò in un lungo corridoio senza mobili, dove l'unica cosa mobile era il flaccido ventre dell'uomo che sonnecchiava su una sedia. Bianca ci passò davanti con indifferenza.
Si trovò in strada senza alcuno sforzo, su di una lunga strada umida. Verde, poi gialla e rossa, rifletteva il semaforo. Bianca la percorreva in silenzio. Un ragazzo seduto sul muretto faceva facce buffe, mentre una ragazzina urlante gli scattava delle foto ridendo eccessivamente.
Bianca li osservò. E vide il vuoto profondersi anche in loro, ma inconsapevolmente.
Lei sapeva, era consapevole di essere vuota e questo la rendeva piena.
Era stata privata e ne era a conoscenza, solo per questo, allora poteva rimediare, riempendosi.
Il silenzio le faceva fischiare le orecchie, il dolore le faceva scoppiare la testa, ma la disperazione la fece trascinare.
Il semaforo tinse di verde la strada, Bianca camminava con lo stomaco annodato e una vita che le stava addosso come un peso, il cielo minaccioso era rosso.
Andare fu la cura, andare per riprendersi. Riprendersi come cura e riprendersi ciò che era privato. Bianca lasciò la strada verde e familiare e il cielo rosso e comprensivo. Cercò un cielo blu, più vero, più naturale e un rosso che le desse calore.
martedì 11 settembre 2012
A luci spente
"O onesto speziale! Il tuo veleno è rapido, e così, con un bacio, io muoio."
Si spengono le luci e Giulietta scuote Romeo. "Dai, svelto, prima che se ne accorgano, corri!".
I due giovani abbandonano la stanza scomposta, mentre da lontano le prime urla sopraggiungevano disperate.
Appena fuori dall'edificio, Romeo batte una pacca sulla spalla di Giulietta: "Brava, bella interpretazione".
"Ma bravo tu! Hai avuto un'ottima idea" rispose Giulietta accendendosi una sigaretta.
Fuori l'aria è calda e immobile, i due rimangono in silenzio a godersi il distacco mentre l'unico sottofondo sono le boccate di Giulietta.
Romeo si fruga in tasca, il biglietto è ancora lì. Giulietta controlla l'ora: c'è ancora tempo.
Passeggiano piano davanti ai locali pieni di gente, Romeo si ferma di colpo davanti ad un bar, la televisione è accesa e il telegiornale va in onda:
"Si è conclusa in tragedia la vicenda dei Montecchi e Capuleti. I due giovani rampolli hanno deciso di porre fine alla diatriba tra le famiglie con l'atto estremo. Si indaga sulla sparizione dei corpi, ma le forze dell'ordine hanno accertato che si tratti di suicidio. La linea va ad Anna Grasta che è lì sul posto".
Giulietta ridacchiava per il viso compunto della giornalista, mentre si sentivano sfrecciare le sirene della polizia.
"Sì, grazie per la linea. Siamo sul luogo della tragedia, abbiamo qui con noi la signora Montecchi: ci vuole rilasciare una dichiarazione? Cosa ne pensa?".
Il barista annoiato cambia canale, sul quattro c'è un dibattito con un criminologo che analizza le dimensioni del cranio di Romeo e non ha dubbi: si tratta di omicidio.
Sul canale successivo c'è una signora che freddamente guida un'improbabile discussione tra tifosi dei Montecchi e dei Capuleti, da un lato all'altro dello studio c'è gente che si urla ogni improperio possibile:
"Ce l'avete voi il corpo di Romeo e non ce lo volete dare perchè siete una famiglia di STRONZI!"
"Si sono ammazzati per colpa vostra, pretendiamo le vostre scuse!".
Da lontano si vede arrivare un autobus, Giulietta si accosta alla fermata.
"E ora dove andrai?" chiede Romeo.
"Ho un'amica che mi ospita per un po', dopo cerco di entrare in Accademia. Vorrei fare l'attrice, ma non so. Magari se non entro vado in Spagna. Tu che fai?"
"Ho un treno per Bologna, vado da un mio cugino e dopo partiamo insieme per un Festival in Austria. Dopo si vedrà".
Le porte dell'autobus si aprono, Giulietta allunga la mano verso Romeo.
"Bè, grazie, senza di te non ce l'avrei mai fatta, sei stato geniale"
"In bocca al lupo, Giulietta. Buon viaggio."
Romeo e Giulietta, una storia di evasione.
Si spengono le luci e Giulietta scuote Romeo. "Dai, svelto, prima che se ne accorgano, corri!".
I due giovani abbandonano la stanza scomposta, mentre da lontano le prime urla sopraggiungevano disperate.
Appena fuori dall'edificio, Romeo batte una pacca sulla spalla di Giulietta: "Brava, bella interpretazione".
"Ma bravo tu! Hai avuto un'ottima idea" rispose Giulietta accendendosi una sigaretta.
Fuori l'aria è calda e immobile, i due rimangono in silenzio a godersi il distacco mentre l'unico sottofondo sono le boccate di Giulietta.
Romeo si fruga in tasca, il biglietto è ancora lì. Giulietta controlla l'ora: c'è ancora tempo.
Passeggiano piano davanti ai locali pieni di gente, Romeo si ferma di colpo davanti ad un bar, la televisione è accesa e il telegiornale va in onda:
"Si è conclusa in tragedia la vicenda dei Montecchi e Capuleti. I due giovani rampolli hanno deciso di porre fine alla diatriba tra le famiglie con l'atto estremo. Si indaga sulla sparizione dei corpi, ma le forze dell'ordine hanno accertato che si tratti di suicidio. La linea va ad Anna Grasta che è lì sul posto".
Giulietta ridacchiava per il viso compunto della giornalista, mentre si sentivano sfrecciare le sirene della polizia.
"Sì, grazie per la linea. Siamo sul luogo della tragedia, abbiamo qui con noi la signora Montecchi: ci vuole rilasciare una dichiarazione? Cosa ne pensa?".
Il barista annoiato cambia canale, sul quattro c'è un dibattito con un criminologo che analizza le dimensioni del cranio di Romeo e non ha dubbi: si tratta di omicidio.
Sul canale successivo c'è una signora che freddamente guida un'improbabile discussione tra tifosi dei Montecchi e dei Capuleti, da un lato all'altro dello studio c'è gente che si urla ogni improperio possibile:
"Ce l'avete voi il corpo di Romeo e non ce lo volete dare perchè siete una famiglia di STRONZI!"
"Si sono ammazzati per colpa vostra, pretendiamo le vostre scuse!".
Da lontano si vede arrivare un autobus, Giulietta si accosta alla fermata.
"E ora dove andrai?" chiede Romeo.
"Ho un'amica che mi ospita per un po', dopo cerco di entrare in Accademia. Vorrei fare l'attrice, ma non so. Magari se non entro vado in Spagna. Tu che fai?"
"Ho un treno per Bologna, vado da un mio cugino e dopo partiamo insieme per un Festival in Austria. Dopo si vedrà".
Le porte dell'autobus si aprono, Giulietta allunga la mano verso Romeo.
"Bè, grazie, senza di te non ce l'avrei mai fatta, sei stato geniale"
"In bocca al lupo, Giulietta. Buon viaggio."
Romeo e Giulietta, una storia di evasione.
domenica 20 maggio 2012
Il Paese della Libera Opinione
Se c'è qualcosa di veramente ripugnante è la retorica, quella vuota e volta solo a mostrare la superficie di una parola, ma non il suo senso profondo o l'emozione che c'è dietro.
Eviterò il solito, noiosissimo lagno su Facebook e le sue conseguenze: senza dubbio è un ottimo contenitore di informazioni, io stessa ho avuto la possibilità di leggere quasi in simultanea notizie provenienti da giornali diversi circa l'attentato a Brindisi.
Ma oggi è diverso: oggi la polvere dei calcinacci si è posata e il popolo dall'Opinione Immediata sta dando il meglio di sè.
Da subito mi è parso fin troppo evidente che non si trattasse di un attacco di mafia, fin troppo eclatante per l'organizzazione criminale pugliese che piuttosto predilige il profilo basso al fine di proseguire senza troppi fastidi i propri traffici.
Invece, su facebook, tutti, ma proprio TUTTI si sono lanciati in recriminazioni e interpretazioni da Oscar de "l'Uomo Indignato e Lacerato dal Dolore". Sia ben chiaro, uno dei miei eroi è Peppino Impastato e non ho assolutamente alcuna intenzione di difendere le organizzazioni criminali che sono e resteranno sempre una montagna di merda, oltre che un dolorissimo cancro per questo Paese.
Ciò che mi fa davvero rabbia è la semplicità con cui la gente recepisce l'informazione: così ci dicono e così è. Niente spirito critico.
Allora ho pensato che forse ero io a sbagliarmi, che magari era davvero di matrice mafiosa questo attentato e che, nonostante sia pugliese e consapevole del tipo di criminalità presente, forse la situazione brindisina è molto differente.
Ho cercato altre informazioni, ho letto altri articoli e più cercavo, più mi sembrava evidente che la gente si stava facendo trascinare da un impeto giustissimo (cioè quello dell'antimafia), ma in questo frangente completamente errato. E' dovere del giornalista (e per quanto non lo sia in maniera ufficiale, è sempre l'imperativo a cui voglio assolvere) mostrare la verità, comoda o scomoda che sia, anche contraria al proprio Credo, per permettere alla gente di SCEGLIERE la propria posizione, non di accettare quella di chi scrive.
Per questo non voglio dire che la mia è la verità assoluta, bensì voglio mettere in risalto alcuni elementi, gli stessi che hanno fatto nascere in me il dubbio che, magari, quello che diceva la tv non fosse del tutto corretto.
Innanzitutto, la criminalità pugliese non ha alcun interesse nel fare gesti eclatanti: è principalmente interessata al traffico di droga e simili e tutt'al più alla regolazione di conti interni. Non è la mafia siciliana o la 'ndrangheta calabrese, non vuole espandersi e vuole solo che il proprio orticello costruito sulle spalle altrui non sia intaccato.
In secondo luogo, non avrebbe alcun senso colpire una scuola, benchè una scuola da sempre impegnata nella lotta alla mafia. Se era così fastidiosa, perchè non colpire i promotori dei progetti sulla legalità o il Preside, piuttosto che arrischiarsi a colpire a caso delle studentesse?
Ma soprattutto, perchè la scuola e non il Tribunale o al massimo il magistrato che aveva portato a segno gli arresti per mafia nell'area brindisina? Perchè non colpire don Ciotti che sarebbe stato lì nel pomeriggio?
Le notizie di questa mattina hanno confermato i miei dubbi leciti sull'effettiva matrice, perciò mi sembra inutile continuare su questa strada, esclusa ufficialmente benchè, a mio avviso, non aveva nulla a che fare sin dall'inizio. Infatti, oggi pomeriggio, nessuno ha parlato più di mafia, ma si sono semplicemente lanciati nella commovente ricerca della frase più drammatica e indignata per la morte di Melissa Bassi, vittima dell'attentato e della strumentalizzazione.
Piuttosto si può parlare di manovalanza nella mafia: questa ipotesi mi sembra più plausibile, ovvero che nella criminalità organizzata ci sia la mano dell'attentato.
Ma i mandanti, allora?
Ebbene, quando su "la Repubblica" ho letto il titolo a cinque colonne "attentato alla Scuola Superiore Morvillo-Falcone" e sotto la fotografia di quaderni e zaini sparsi sul marciapiede, immediatamente mi si è parata davanti agli occhi l'immagine del film "Romanzo di una strage" in cui, all'interno della banca dell'agricoltura volteggiano nell'aria fogli e polvere, e subito dopo lo squarcio aperto nel muro della stazione di Bologna e poi il monumento in piazza Della Loggia...
Malpensante? Può darsi.
Però, non so perchè, se penso alla strategia della Tensione, nella mia testa ogni pezzo del vaso si ricompone perfettamente: le istituzioni sono deboli, il consenso vacilla, il popolo è stanco e affamato, la cosiddetta "antipolitica" fa tremare le fondamenta del sistema partitico... e come negli anni Settanta si cerca di far ritornare il popolo impaurito e cattivo tra le braccia accoglienti dello Stato che con una pacca sulle spalle ci dice "Tranquillo, ti proteggo io, vedrai che sono più forte io di questi cattivoni, ma tu devi stare con me, con i buoni".
E la gente, rassicurata, torna al suo posto, dietro il computer, illudendosi che la Democrazia si esaurisca nel poter esprimere liberamente "un'opinione".
Eviterò il solito, noiosissimo lagno su Facebook e le sue conseguenze: senza dubbio è un ottimo contenitore di informazioni, io stessa ho avuto la possibilità di leggere quasi in simultanea notizie provenienti da giornali diversi circa l'attentato a Brindisi.
Ma oggi è diverso: oggi la polvere dei calcinacci si è posata e il popolo dall'Opinione Immediata sta dando il meglio di sè.
Da subito mi è parso fin troppo evidente che non si trattasse di un attacco di mafia, fin troppo eclatante per l'organizzazione criminale pugliese che piuttosto predilige il profilo basso al fine di proseguire senza troppi fastidi i propri traffici.
Invece, su facebook, tutti, ma proprio TUTTI si sono lanciati in recriminazioni e interpretazioni da Oscar de "l'Uomo Indignato e Lacerato dal Dolore". Sia ben chiaro, uno dei miei eroi è Peppino Impastato e non ho assolutamente alcuna intenzione di difendere le organizzazioni criminali che sono e resteranno sempre una montagna di merda, oltre che un dolorissimo cancro per questo Paese.
Ciò che mi fa davvero rabbia è la semplicità con cui la gente recepisce l'informazione: così ci dicono e così è. Niente spirito critico.
Allora ho pensato che forse ero io a sbagliarmi, che magari era davvero di matrice mafiosa questo attentato e che, nonostante sia pugliese e consapevole del tipo di criminalità presente, forse la situazione brindisina è molto differente.
Ho cercato altre informazioni, ho letto altri articoli e più cercavo, più mi sembrava evidente che la gente si stava facendo trascinare da un impeto giustissimo (cioè quello dell'antimafia), ma in questo frangente completamente errato. E' dovere del giornalista (e per quanto non lo sia in maniera ufficiale, è sempre l'imperativo a cui voglio assolvere) mostrare la verità, comoda o scomoda che sia, anche contraria al proprio Credo, per permettere alla gente di SCEGLIERE la propria posizione, non di accettare quella di chi scrive.
Per questo non voglio dire che la mia è la verità assoluta, bensì voglio mettere in risalto alcuni elementi, gli stessi che hanno fatto nascere in me il dubbio che, magari, quello che diceva la tv non fosse del tutto corretto.
Innanzitutto, la criminalità pugliese non ha alcun interesse nel fare gesti eclatanti: è principalmente interessata al traffico di droga e simili e tutt'al più alla regolazione di conti interni. Non è la mafia siciliana o la 'ndrangheta calabrese, non vuole espandersi e vuole solo che il proprio orticello costruito sulle spalle altrui non sia intaccato.
In secondo luogo, non avrebbe alcun senso colpire una scuola, benchè una scuola da sempre impegnata nella lotta alla mafia. Se era così fastidiosa, perchè non colpire i promotori dei progetti sulla legalità o il Preside, piuttosto che arrischiarsi a colpire a caso delle studentesse?
Ma soprattutto, perchè la scuola e non il Tribunale o al massimo il magistrato che aveva portato a segno gli arresti per mafia nell'area brindisina? Perchè non colpire don Ciotti che sarebbe stato lì nel pomeriggio?
Le notizie di questa mattina hanno confermato i miei dubbi leciti sull'effettiva matrice, perciò mi sembra inutile continuare su questa strada, esclusa ufficialmente benchè, a mio avviso, non aveva nulla a che fare sin dall'inizio. Infatti, oggi pomeriggio, nessuno ha parlato più di mafia, ma si sono semplicemente lanciati nella commovente ricerca della frase più drammatica e indignata per la morte di Melissa Bassi, vittima dell'attentato e della strumentalizzazione.
Piuttosto si può parlare di manovalanza nella mafia: questa ipotesi mi sembra più plausibile, ovvero che nella criminalità organizzata ci sia la mano dell'attentato.
Ma i mandanti, allora?
Ebbene, quando su "la Repubblica" ho letto il titolo a cinque colonne "attentato alla Scuola Superiore Morvillo-Falcone" e sotto la fotografia di quaderni e zaini sparsi sul marciapiede, immediatamente mi si è parata davanti agli occhi l'immagine del film "Romanzo di una strage" in cui, all'interno della banca dell'agricoltura volteggiano nell'aria fogli e polvere, e subito dopo lo squarcio aperto nel muro della stazione di Bologna e poi il monumento in piazza Della Loggia...
Malpensante? Può darsi.
Però, non so perchè, se penso alla strategia della Tensione, nella mia testa ogni pezzo del vaso si ricompone perfettamente: le istituzioni sono deboli, il consenso vacilla, il popolo è stanco e affamato, la cosiddetta "antipolitica" fa tremare le fondamenta del sistema partitico... e come negli anni Settanta si cerca di far ritornare il popolo impaurito e cattivo tra le braccia accoglienti dello Stato che con una pacca sulle spalle ci dice "Tranquillo, ti proteggo io, vedrai che sono più forte io di questi cattivoni, ma tu devi stare con me, con i buoni".
E la gente, rassicurata, torna al suo posto, dietro il computer, illudendosi che la Democrazia si esaurisca nel poter esprimere liberamente "un'opinione".
giovedì 17 maggio 2012
Io non posso invecchiare
Io non
posso invecchiare.
O meglio,
non ne sono in grado.
Sai, amore
mio, mi avevano detto che ti avrei trovato, senza cercarti ti avrei trovato
perché tu saresti spontaneamente venuto da me.
Mi hanno
raccontato che tu sei il mio Futuro e che mi avresti amato tanto quanto ti amo
io. Ho aspettato, seduta su un gradino di pietra bianca, liscia, levigata
dall’attesa, lucida di lacrime e carezze.
Ho
aspettato, ma non venivi. Allora mi hanno detto che non basta aspettarti,
bisogna stuzzicarti, farti capire che sei amato, vai corteggiato con sapienza.
Mentre ero
seduta su quel gradino mi hanno detto che non ti concedi a tutti, che prediligi
solo quelli che ti sfidano.
Me l’ha
detto un signore senza un occhio, la barba lunga e le unghie nere: diceva che
si era abbandonato abbracciato ad una bottiglia di vino, dimenticandosi di
prendersi cura di te e tu, indispettito, hai sbattuto forte la porta di casa. E
la casa è crollata. E lui dorme per strada.
Amore mio,
mi sono messa sul ciglio di una strada, perché a quanto pare per avvicinarti
bisogna saper fare delle scelte. Ho scelto un lato della strada e sono rimasta
lì a guardare da che parte saresti arrivato.
Si è
avvicinato un uomo, non era bello e puzzava; vedendomi in piedi sul
marciapiede, si è accostato offrendomi dei soldi in cambio di una notte con
lui. “Per farmi compagnia” diceva.
Pensavo
fossi tu, l’ho seguito.
Ero una
città, con le luci, le strade, i colori caldi, il chiacchiericcio rilassato, la
musica, le biciclette.
Sono stata
saccheggiata, bruciata, depredata. Ero una Cartagine ricoperta di sale.
Ho deciso
di venirti a cercare, allora.
Ho preso i
miei stracci, una valigia rossa e ho nascosto sotto le unghie un po’ della mia
terra, dopo averla graffiata, disperata e delusa. Tradita.
Sono
venuta in una grande città, amore mio, ho pensato: “c’è tanta gente qui, ci
sarà anche Lui”.
Ti avevo
trovato in un abbraccio, nella cura di un gesto, nella novità.
Sei
capriccioso, amore mio. Non ti fai trovare nel “nuovo”, ti nascondi in
un’allucinata nebbia, nel frastuono di un treno che parte. Inarrivabile,
dispettoso, mi hai mangiata come pane. Ogni morso erano dieci anni che ti
portavi via.
Mi sono
frugata in tasca, con le mani che tremavano forte in preda ad un terrore
convulso. Cercavano una briciola, il boccone che ancora non avevi ingoiato.
Hai lasciato un solo pezzo di me. L’ho stretto
con la punta delle dita e ho visto il mio viso allo specchio.
Con quel
pezzo in mano, ho scoperto che non posso invecchiare. Ti sei portato via le
rughe, la pelle cadente, le dita nodose.
Con i tuoi
bocconi feroci, hai masticato via la mia vecchiaia.
I miei
occhi deliranti hanno provato a vedermi quarantenne, cinquantenne, sessantenne.
Non vedevano nulla.
Vedevano
la pelle ancora tesa dei miei vent’anni, con qualche sforzo potevano disegnare
sul vetro i tratti trasfigurati di una trentenne. Ma non di una donna anziana.
Sei
crudele, amore mio. Non facendomi invecchiare, non mi hai concesso un
privilegio, mi hai affidato una terribile maledizione.
Ho visto
cosa fai con la vecchiaia, l’ho visto sui volti dei miei amici, adolescenti con
le rughe, corpi prosciugati dalla vita. Dalla vita?
Ci illudi
finchè non ti conosciamo. All’improvviso, poi, ci scateni addosso una vecchiaia
precoce, che scalfisce la mente e dopo il corpo.
Amore mio,
potrai mai amare?
Oggi mi
fai paura. Ho visto quello che hai fatto alla mia amica: era forte, giovane,
aveva tante idee, tanti colori.
Adesso
veste di nero, le sono caduti molti capelli, le sue ossa sono esposte alle
lacerazioni di una città troppo grande e grigia, hai bevuto il suo corpo. È uno
spettro a cui fanno male le costole se si siede.
Non ha
esperienze, ha tanti dolori. Ha vent’anni e non ha più niente.
Sei come
quell’uomo cattivo, allora?
Non ci
voglio credere, non posso pensare che sia stato tu a spingere dalla finestra
del Dipartimento quello studente di filosofia. Anche lui ti aveva scritto. “Non
ho futuro” aveva lasciato su una lavagna e poi giù.
Caro amore
mio, oggi non tornerò a casa.
Ho bisogno
di cercarti, ti prego, fatti trovare. Soffia il vento, mi fanno male le costole
quando lascio l’aula dell’Università.
Passando
davanti ad una vetrina vedo il riflesso di un cadavere. Penso alla mia amica,
torno indietro per chiederle cosa ci faccia qui.
L’ultimo
pezzo che avevi lasciato mi scivola dalle mani, cade in un tombino.
Nere
lacrime taglienti tracciano due rughe verticali sulle guance, o su quello che
ne rimane. Io.
Mentre ti
scrivo, amore mio, mi hai aspirato gli ultimi anni via dalle vene. Le ossa sono
esposte, le unghie opache, i capelli bianchi.
Per
ripicca mi hai scavato il viso. Vecchia a vent’anni.
Il sole
tramonta, la mia forza tramonta.
Raccolgo
le mie ossa leggere leggere e ti cerco.
Un uomo
parla ad un bidone, racconta di averti conosciuto, di aver visto la tua
straordinaria bellezza nelle bandiere rosse di una rivoluzione.
Ma poi hai
pagato quelle bandiere affinchè diventassero foto per un libro di storia e lui,
che in te aveva creduto, che per te era scappato di casa, che ti aveva amato
tanto, da morire, era rimasto con un corpo che gli invecchiava addosso e la
mente gettata nelle tue tasche per tanto tempo, così tanto che pensava ancora
che saresti tornato a rimettere tutto a posto.
Amore mio,
ho paura, è freddo qui per strada e c’è tanta gente che mi parla male di te.
Ascoltami
per qualche secondo. Non ho fede, non riesco ad aver fiducia in promesse che
non si palesano in atti concreti. Se mi raccontano di te col terrore negli
occhi, non posso fare a meno di immaginarti terribilmente crudele, così futuro
da essere più vicino alla morte che alla vita.
Però ti
amo così tanto, ti sogno con così tanto ardore che mi fa male immaginarti
cattivo. Anzi, il solo pensiero mi fa sperare di poter cristallizzare a questa
età la mia vita. Per sempre, nella morte buia come questa notte che non so
nemmeno se ci siano le stelle e la luna.
Un’
esplosione mi apre la testa, il cervello diventa una bolla di sapone enorme, mi
fa galleggiare sulla strada, una luce mi schizza la faccia. C’è un ragazzo in
un cono di luce, fuma piano, sorride alla sua sigaretta e libera piccole
boccate confuse.
Mi
avvicino, lui ride mostrando bianchissimi denti d’avorio, gettando all’indietro
la testa, facendo in modo che alla luce brillassero gli enormi occhi neri.
Il sangue
non mi arriva alle dita, gelide, che lui stringe con calore, come a volersi
congratulare.
“Ciao, io
sono Tempo. È un soprannome, ma tutti mi chiamano così e non ricordo più quale
sia il mio nome, poco importa”.
Amore mio,
è stato una rete da pesca in cui mi sono incastrata.
Lui
correva, mi diceva di stargli dietro, che dovevo togliermi quell’aria
spaventata.
Mi ha
portato su di un enorme collina di lavanda, lontanissimi dal grigio isterico dell’asfalto,
quel travolgente profumo di buono mi ha stordita a tal punto da farmi
dimenticare cosa cercassi.
“Perché ti
chiamano Tempo?”
“Perché i
miei amici dicono che non sto mai fermo, che sono come una tempesta. Altre
volte dicono che sia come un temporale: scuro scuro, uno scroscio d’acqua e
tanti lampi”.
Il tempo,
quello vero, sembrava essersi dimenticato di noi. Io… io ho dimenticato te. Ed
ero felice, straordinariamente felice!
Ho chiesto
a Tempo se ti conoscesse, amore mio. Ha riso, sdraiandosi sull’erba. Ha detto
che sa di te, che non può conoscerti perché gli sei addosso come un paio di
pantaloni perfettamente tagliati su misura.
Mi ha
detto che tanti gli avevano detto di venirti a cercare, come hanno fatto con
me, perché aveva costruito una vita in tua funzione. Tempo ti ha cercato in un
libro, in una canzone, in un amore, in un disegno e ha scoperto che più ti
cercava, più ti perdeva.
Ogni
parola in cerca di te era una netta coltellata sulla tua pelle.
Amore mio,
ho capito: non sei cattivo, sei debole!
Vivi della
nostra forza, delle mie scelte e se vai via è perché siamo noi a non darti
vita.
Ho capito
che tu sei me. Mi scorri nelle vene, pervadi ogni singola fibra del mio corpo e
vai via solo quando ci abbandoniamo, pigri, a contemplare ciò che abbiamo fatto.
E devasti, deluso, la pelle di chi ti ha cacciato perché non più in grado di
scegliere, di amarti.
Sulla
collina ho visto, nello stesso istante il sole sorgere e la luna tramontare.
Sei
un’idea, amore mio, sei nella mia testa e diventi reale, ora, nell’azione.
Sorrido e
mi abbandono ad un abbraccio di Tempo, dice: “il futuro è il presente pensato.
Ama il tuo Tempo”.
Intangibile
presenza, sei con me in ogni scelta. Diventi carne quando agisco.
Ti ho
trovato.
domenica 6 maggio 2012
Sincronie
"Quanto è doloroso vedere da lontano la bellezza, quanto fa male scoprirsi simili e inconciliabili" pensò l'Uomo di Gesso.
Le campane suonavano i Vespri, il vento soffiava tiepido cavalcato dalla pioggerellina primaverile, il cielo era bianco. L'Uomo di Gesso abitava al primo piano di uno spaventoso palazzo antico che da fuori sembrava quasi disabitato.
La sua grande finestra si affacciava sulla strada e sulla casa di una giovane donna dai lunghi capelli corvini. La osservava ogni giorno col terribile impulso di urlare, di farsi notare, di abbracciarla e accarezzarle i lineamenti così forti e marcati. Il desiderio diventava amarezza quando l'Uomo di Gesso si accorgeva del vetro, si trasformava poi in rabbia quando notava la lunghezza della strada che lo allontanava dalla casa della Donna.
Lei ascoltava Nick Drake mentre si pettinava i lunghi capelli, curando distrattamente l'immagine allo specchio. La stanza in cui lei abitava era piccola, raccolta e molto calda. La mattina era bellissimo sentirla suonare la sua Viola, sbagliare e ricominciare mille volte.
L'Uomo di Gesso sorrideva orgoglioso quando scopriva che Lei leggeva un libro che anche egli aveva letto, oppure che apprezzava la stessa canzone che lui stesso canticchiava.
Ma la sera... La sera il dolore era insopportabile: Lei accendeva la luce gialla e calda del suo comodino e l'Uomo di Gesso scopriva con amara empatia che la Donna aveva sulle labbra la stessa inusuale malinconia. E in quel momento l'Uomo di Gesso vedeva come i loro corpi avrebbero potuto sovrapporsi e combaciare perfettamente, le loro anime mescolarsi e rimanere intatte.
Ma era un Uomo di Gesso, la più piccola goccia d'acqua l'avrebbe sciolto, anche una grande quanto una lacrima.
Una sera Lei vide il volto dell'Uomo di Gesso illuminato in un chiaroscuro che era un misto di penombra e amara malinconia.
Sgranò gli occhi scoprendo che gli angoli delle labbra dell'Uomo di Gesso tracciavano i suoi stessi solchi lunari. La sorpresa diventò amarezza quando Lei si accorse del vetro, si trasformò poi in rabbia quando notò la lunghezza della strada che la allontanava dalla casa dell'Uomo di Gesso.
Lontani e divisi, si amavano inconsapevoli e arresi all'impossibilità di amarsi. Fin quando un pomeriggio da finestre aperte si ritrovarono ad ascoltare la stessa canzone nella luce sonnacchiosa di una domenica piovosa.
La strada era deserta e bagnata, le loro finestre erano aperte e come bocche enormi, dolcemente cantavano insieme.
I due si guardarono, si guardarono negli occhi per la prima volta in piedi, insieme. "Cello song" suonava per loro, suonava con loro.
E il loro sguardo diventò amarezza quando si accorsero che si sarebbero sempre amati, si trasformò in rabbia quando capirono che non ne avrebbero mai avuto il coraggio.
Le campane suonavano i Vespri, il vento soffiava tiepido cavalcato dalla pioggerellina primaverile, il cielo era bianco. L'Uomo di Gesso abitava al primo piano di uno spaventoso palazzo antico che da fuori sembrava quasi disabitato.
La sua grande finestra si affacciava sulla strada e sulla casa di una giovane donna dai lunghi capelli corvini. La osservava ogni giorno col terribile impulso di urlare, di farsi notare, di abbracciarla e accarezzarle i lineamenti così forti e marcati. Il desiderio diventava amarezza quando l'Uomo di Gesso si accorgeva del vetro, si trasformava poi in rabbia quando notava la lunghezza della strada che lo allontanava dalla casa della Donna.
Lei ascoltava Nick Drake mentre si pettinava i lunghi capelli, curando distrattamente l'immagine allo specchio. La stanza in cui lei abitava era piccola, raccolta e molto calda. La mattina era bellissimo sentirla suonare la sua Viola, sbagliare e ricominciare mille volte.
L'Uomo di Gesso sorrideva orgoglioso quando scopriva che Lei leggeva un libro che anche egli aveva letto, oppure che apprezzava la stessa canzone che lui stesso canticchiava.
Ma la sera... La sera il dolore era insopportabile: Lei accendeva la luce gialla e calda del suo comodino e l'Uomo di Gesso scopriva con amara empatia che la Donna aveva sulle labbra la stessa inusuale malinconia. E in quel momento l'Uomo di Gesso vedeva come i loro corpi avrebbero potuto sovrapporsi e combaciare perfettamente, le loro anime mescolarsi e rimanere intatte.
Ma era un Uomo di Gesso, la più piccola goccia d'acqua l'avrebbe sciolto, anche una grande quanto una lacrima.
Una sera Lei vide il volto dell'Uomo di Gesso illuminato in un chiaroscuro che era un misto di penombra e amara malinconia.
Sgranò gli occhi scoprendo che gli angoli delle labbra dell'Uomo di Gesso tracciavano i suoi stessi solchi lunari. La sorpresa diventò amarezza quando Lei si accorse del vetro, si trasformò poi in rabbia quando notò la lunghezza della strada che la allontanava dalla casa dell'Uomo di Gesso.
Lontani e divisi, si amavano inconsapevoli e arresi all'impossibilità di amarsi. Fin quando un pomeriggio da finestre aperte si ritrovarono ad ascoltare la stessa canzone nella luce sonnacchiosa di una domenica piovosa.
La strada era deserta e bagnata, le loro finestre erano aperte e come bocche enormi, dolcemente cantavano insieme.
I due si guardarono, si guardarono negli occhi per la prima volta in piedi, insieme. "Cello song" suonava per loro, suonava con loro.
E il loro sguardo diventò amarezza quando si accorsero che si sarebbero sempre amati, si trasformò in rabbia quando capirono che non ne avrebbero mai avuto il coraggio.
lunedì 30 aprile 2012
Senza Traccia
Questa volta vado fuori tema: niente fantasiosi racconti. Per questa volta concedetemi un racconto vero, un'indignazione reale, un'acre presa d'atto.
Ho detto che voglio che il mio pensiero sia come l'ortica e stavolta pruderà.
Domani è il Primo Maggio, festa dei Lavoratori: una festa che rivendica il lavoro, la giustizia, il bisogno di sicurezza sul e per il lavoro e, purtroppo, anche una protesta contro la precarietà. E io, che a vent'anni non posso dirmi lavoratrice, mi sento precaria, anzi, molto più che precaria: senza traccia.
A quindici anni ho scritto sul primo numero del giornalino scolastico. Un'esperienza bellissima e formativa, con delle vere redazioni, un giornalista a guidarci e tanti pomeriggi spesi a scuola. Ho imparato, seppure in piccolo, com'è un giornale e come muoversi tra le notizie, come impostare un articolo o un'intervista.
Ma il giornalino su cui tanto abbiamo lavorato è uscito a giugno, quando la scuola era deserta, stampato su semplici A4 e goffamente rilegato con dello scotch colorato, perciò, solo noi che ci abbiamo scritto ne abbiamo letto gli articoli. Poco male, ho imparato qualcosa.
L'anno dopo il giornalista non c'era più, hanno cambiato il nome del giornalino e soprattutto hanno cercato di cambiare l' "indirizzo" da dare. Però sono stata nominata Capo Redattrice.
La cosa divertente, amaramente divertente, è che questo giornalino non è stato mai nemmeno stampato. Anzi, sembra proprio sparito nel nulla, così come i pomeriggi afosi passati nell'aula computer a scrivere, a spingere gli altri a consegnare i loro articoli... Nessuno sa dove sia e così, questa bella esperienza rimane solo un ricordo, senza nè attestati nè riconoscimenti. Anche se ci ho faticato.
Nel frattempo scrivevo su un giornale locale, un bel progetto di informazione cittadina, il mio primo giornale "vero". Quanti articoli ci ho scritto!
Ma... Niente contratto. Si, perchè il giornale aveva degli sponsor a sostenerlo e sin da subito si era capito che c'erano grossi problemi economici, perciò era meglio risparmiare sulla sedicenne senza esperienza. Chissà se nel mio curriculum potrò inserirlo.
Il giornale, dopo due anni di agonia, ha chiuso. La fortuna ha voluto che un giornalista notasse i miei articoli e che mi chiamasse a collaborare.
E' stata una gioia immensa: io, a soli diciassette anni collaboravo per un importante quotidiano!
Però, mi dice il caporedattore, non possiamo inserire il tuo nome agli articoli che scrivi, sei minorenne e non ti possiamo assumere. Ma che m'importa! Scriverò articoli senza nome fino a quando non arriverà il mio compleanno!
Poi hanno cominciato a dire che la carta stampata era in crisi, io ero piccola, non era il momento adatto per firmare contratti, i giornalisti scioperano, come facciamo ad assumere, la crisi, bla bla bla.
Quando ho compiuto diciott'anni ho provato a rientrare, ma addirittura non mi rispondevano. Altri quattro articoli senza nome e senza traccia.
Poi però ho conosciuto una giornalista di una televisione locale che mi ha presa sotto la sua ala protettiva e mi ha portata nella redazione del telegiornale. E' stato bellissimo. Quasi ogni giorno mi sedevo tra la scrivanie di una vera redazione, mi mettevo diligentemente a leggere le notizie del giorno, quando ne trovavo qualcuna interessante ci scrivevo un articolo e poi lo facevo revisionare. Che emozione quando il caporedattire mi ha fatto i complimenti! Ero tutta rossa ed emozionata!
Quanto era appagante sentire i miei articoli letti in televisione! Quanto orgoglio quella volta in cui mi hanno fatto registrare un servizio: era la mia voce! Era il mio articolo!
Ma era un piccola televisione privata, la crisi, il pagamento delle frequenze, io sono partita per l'università... Anche stavolta niente contratto, ma forse un piccola traccia del mio passaggio c'è. Ed è già un passo in avanti, anche se il numero di articoli che ho scritto non è sufficiente per iscrivermi all'albo.
Oggi scrivo per il giornale dell'università, una rubrica di cinema e teatro, ho tanta libertà e mi piace molto. Vorrei scrivere anche su altre rubriche, con calma farò tutto. E visto che scrivo così tanto, chiedo al Direttore se i miei articoli possono essere registrati per entrare nell'albo dei pubblicisti.
Non abbiamo un direttore responsabile, siamo un giornale universitario... insomma, anche qui tanto impegno, tanta passione che non possono concretizzarsi. Sono forse un' arrivista con l'ossessione di arricchire il curriculum? Direi di no.
Voglio fare la giornalista, ma è un mestiere molto competitivo e se hai più esperienza hai più possibilità. Soprattutto perchè voglio che la scrittura sia la mia unica fonte di sostentamento. Perchè so fare solo questo.
Sono precaria ancora prima di affacciarmi al mondo del lavoro. Ho fatto delle esperienze che mi pongono in una posizione di vantaggio, ma non posso dirlo. Perchè non c'è traccia formale.
E mi viene da ridere quando mi dicono: "hai vent'anni, non hai esperienza, non ti possiamo fare il contratto". Invece le esperienze le ho fatte e sono anche molte,sebbene non tante, rispetto ai miei coetanei con lo stesso sogno. Sembra quasi che fin quando non avrò trent'anni sarà giusto spremermi, senza pagarmi, perchè "devo formarmi" e quando non ci saranno più mamma e papà a pagarmi la formazione, sembrerà quasi che non ho fatto niente fino a quel momento. E allora sarò troppo grande e senza esperienza. Ma con tanti bei ricordi.
Ho detto che voglio che il mio pensiero sia come l'ortica e stavolta pruderà.
Domani è il Primo Maggio, festa dei Lavoratori: una festa che rivendica il lavoro, la giustizia, il bisogno di sicurezza sul e per il lavoro e, purtroppo, anche una protesta contro la precarietà. E io, che a vent'anni non posso dirmi lavoratrice, mi sento precaria, anzi, molto più che precaria: senza traccia.
A quindici anni ho scritto sul primo numero del giornalino scolastico. Un'esperienza bellissima e formativa, con delle vere redazioni, un giornalista a guidarci e tanti pomeriggi spesi a scuola. Ho imparato, seppure in piccolo, com'è un giornale e come muoversi tra le notizie, come impostare un articolo o un'intervista.
Ma il giornalino su cui tanto abbiamo lavorato è uscito a giugno, quando la scuola era deserta, stampato su semplici A4 e goffamente rilegato con dello scotch colorato, perciò, solo noi che ci abbiamo scritto ne abbiamo letto gli articoli. Poco male, ho imparato qualcosa.
L'anno dopo il giornalista non c'era più, hanno cambiato il nome del giornalino e soprattutto hanno cercato di cambiare l' "indirizzo" da dare. Però sono stata nominata Capo Redattrice.
La cosa divertente, amaramente divertente, è che questo giornalino non è stato mai nemmeno stampato. Anzi, sembra proprio sparito nel nulla, così come i pomeriggi afosi passati nell'aula computer a scrivere, a spingere gli altri a consegnare i loro articoli... Nessuno sa dove sia e così, questa bella esperienza rimane solo un ricordo, senza nè attestati nè riconoscimenti. Anche se ci ho faticato.
Nel frattempo scrivevo su un giornale locale, un bel progetto di informazione cittadina, il mio primo giornale "vero". Quanti articoli ci ho scritto!
Ma... Niente contratto. Si, perchè il giornale aveva degli sponsor a sostenerlo e sin da subito si era capito che c'erano grossi problemi economici, perciò era meglio risparmiare sulla sedicenne senza esperienza. Chissà se nel mio curriculum potrò inserirlo.
Il giornale, dopo due anni di agonia, ha chiuso. La fortuna ha voluto che un giornalista notasse i miei articoli e che mi chiamasse a collaborare.
E' stata una gioia immensa: io, a soli diciassette anni collaboravo per un importante quotidiano!
Però, mi dice il caporedattore, non possiamo inserire il tuo nome agli articoli che scrivi, sei minorenne e non ti possiamo assumere. Ma che m'importa! Scriverò articoli senza nome fino a quando non arriverà il mio compleanno!
Poi hanno cominciato a dire che la carta stampata era in crisi, io ero piccola, non era il momento adatto per firmare contratti, i giornalisti scioperano, come facciamo ad assumere, la crisi, bla bla bla.
Quando ho compiuto diciott'anni ho provato a rientrare, ma addirittura non mi rispondevano. Altri quattro articoli senza nome e senza traccia.
Poi però ho conosciuto una giornalista di una televisione locale che mi ha presa sotto la sua ala protettiva e mi ha portata nella redazione del telegiornale. E' stato bellissimo. Quasi ogni giorno mi sedevo tra la scrivanie di una vera redazione, mi mettevo diligentemente a leggere le notizie del giorno, quando ne trovavo qualcuna interessante ci scrivevo un articolo e poi lo facevo revisionare. Che emozione quando il caporedattire mi ha fatto i complimenti! Ero tutta rossa ed emozionata!
Quanto era appagante sentire i miei articoli letti in televisione! Quanto orgoglio quella volta in cui mi hanno fatto registrare un servizio: era la mia voce! Era il mio articolo!
Ma era un piccola televisione privata, la crisi, il pagamento delle frequenze, io sono partita per l'università... Anche stavolta niente contratto, ma forse un piccola traccia del mio passaggio c'è. Ed è già un passo in avanti, anche se il numero di articoli che ho scritto non è sufficiente per iscrivermi all'albo.
Oggi scrivo per il giornale dell'università, una rubrica di cinema e teatro, ho tanta libertà e mi piace molto. Vorrei scrivere anche su altre rubriche, con calma farò tutto. E visto che scrivo così tanto, chiedo al Direttore se i miei articoli possono essere registrati per entrare nell'albo dei pubblicisti.
Non abbiamo un direttore responsabile, siamo un giornale universitario... insomma, anche qui tanto impegno, tanta passione che non possono concretizzarsi. Sono forse un' arrivista con l'ossessione di arricchire il curriculum? Direi di no.
Voglio fare la giornalista, ma è un mestiere molto competitivo e se hai più esperienza hai più possibilità. Soprattutto perchè voglio che la scrittura sia la mia unica fonte di sostentamento. Perchè so fare solo questo.
Sono precaria ancora prima di affacciarmi al mondo del lavoro. Ho fatto delle esperienze che mi pongono in una posizione di vantaggio, ma non posso dirlo. Perchè non c'è traccia formale.
E mi viene da ridere quando mi dicono: "hai vent'anni, non hai esperienza, non ti possiamo fare il contratto". Invece le esperienze le ho fatte e sono anche molte,sebbene non tante, rispetto ai miei coetanei con lo stesso sogno. Sembra quasi che fin quando non avrò trent'anni sarà giusto spremermi, senza pagarmi, perchè "devo formarmi" e quando non ci saranno più mamma e papà a pagarmi la formazione, sembrerà quasi che non ho fatto niente fino a quel momento. E allora sarò troppo grande e senza esperienza. Ma con tanti bei ricordi.
domenica 15 aprile 2012
Dualismi
C'è tanto d'inespresso. C'è arte, c'è cuore, c'è sentimento... Ma rimane tutto sospeso, come la pioggia nei nuvoloni che coprono oggi Roma.
E' fortissima, la sento devastare ogni organo del mio corpo, placata dalla forma, dal contenimento di se stessi, dal mantenimento delle apparenze. Sono io, è il mio bisogno di esprimermi, è la mia necessità d'arte e bellezza. Gode se inondata da una pari urgenza di poesia, brilla nella penombra di un concerto, piange di gioia, ride, urla, canta se avvolta da un dolcissimo sorriso che le parla a dita callose con una chitarra.
Ma io no, la contenuta me mantiene la forma, anzi, il formalismo della brava studentessa. La Me Maledetta mi arpiona i polmoni con i denti, si strappa i capelli e si graffia il petto, urla: "esprimi! Dammi la poesia! Cerca degli occhi, un sorriso! Salvati!".
E io cerco, ma il Contenimento mi dice che è inutile, la gente è cattiva e che gli artisti- quelli veri, quelli che parlano al tuo Essere senza conoscerti- vivono in una sorta di Monte Olimpo ben lontano da questa stanza, dalla strada per l'Università, dai gradini del Sabato. Tu, ragazzina, giochi a fare la bohemien, stai zitta, apri i libri, studia, smettila di annodare la tua apparenza ad uno stereotipo vecchio ed insulso. Si, scrivi, ma chi non sa scrivere a questo mondo?
La Maledetta allora mi prende a calci i fianchi: smettila di fare la bambinetta piagnucolosa! C'è tanta meraviglia qui dentro, tanta musica, tanta cura dei gesti, delle parole, fammi uscire, maledetta!
Prendi la macchina fotografica, ecco, ferma questo momento. Lo vedi? Si, si, tu lo puoi vedere! Avanti, ti prego, salva la tua parte Maledetta, dillo ad alta voce, scrivilo! Cosa vedi?
Vedo oltre il momento.
Vedo oltre il sorriso di un timido.
Vedo... Vedo la poesia di un ragazzino che canta forte in motorino.
Vedo le lacrime di una canzone...
Dimmi, Maledetta, è questo ciò che sei? Sei un binocolo?
Quanto male puoi farmi se ti lascio uscire?
Fidati, mi dice. Il Contenimento ingoia la via d'uscita. E ora, come faccio?
La Maledetta rimane lì, attonita dalla cattiveria del Contenimento. Dentro di me è sbalordita, tanto vicina all'uscita da potermi rivoluzionare, ricacciata nello stomaco, proprio vicino a quel posto... si, quello da cui dicono nascano le emozioni... L'anima? No, chi ci crede. Quel posto al centro del corpo, quello che se si sposta ti fa dondolare tra Contenimento e Maledizione.
Ci era andata vicina, ma nella sua natura è scritto che sarà per sempre parte di una ferocissima lotta tra dentro e fuori, un irrisolvibile dualismo umano.
E' fortissima, la sento devastare ogni organo del mio corpo, placata dalla forma, dal contenimento di se stessi, dal mantenimento delle apparenze. Sono io, è il mio bisogno di esprimermi, è la mia necessità d'arte e bellezza. Gode se inondata da una pari urgenza di poesia, brilla nella penombra di un concerto, piange di gioia, ride, urla, canta se avvolta da un dolcissimo sorriso che le parla a dita callose con una chitarra.
Ma io no, la contenuta me mantiene la forma, anzi, il formalismo della brava studentessa. La Me Maledetta mi arpiona i polmoni con i denti, si strappa i capelli e si graffia il petto, urla: "esprimi! Dammi la poesia! Cerca degli occhi, un sorriso! Salvati!".
E io cerco, ma il Contenimento mi dice che è inutile, la gente è cattiva e che gli artisti- quelli veri, quelli che parlano al tuo Essere senza conoscerti- vivono in una sorta di Monte Olimpo ben lontano da questa stanza, dalla strada per l'Università, dai gradini del Sabato. Tu, ragazzina, giochi a fare la bohemien, stai zitta, apri i libri, studia, smettila di annodare la tua apparenza ad uno stereotipo vecchio ed insulso. Si, scrivi, ma chi non sa scrivere a questo mondo?
La Maledetta allora mi prende a calci i fianchi: smettila di fare la bambinetta piagnucolosa! C'è tanta meraviglia qui dentro, tanta musica, tanta cura dei gesti, delle parole, fammi uscire, maledetta!
Prendi la macchina fotografica, ecco, ferma questo momento. Lo vedi? Si, si, tu lo puoi vedere! Avanti, ti prego, salva la tua parte Maledetta, dillo ad alta voce, scrivilo! Cosa vedi?
Vedo oltre il momento.
Vedo oltre il sorriso di un timido.
Vedo... Vedo la poesia di un ragazzino che canta forte in motorino.
Vedo le lacrime di una canzone...
Dimmi, Maledetta, è questo ciò che sei? Sei un binocolo?
Quanto male puoi farmi se ti lascio uscire?
Fidati, mi dice. Il Contenimento ingoia la via d'uscita. E ora, come faccio?
La Maledetta rimane lì, attonita dalla cattiveria del Contenimento. Dentro di me è sbalordita, tanto vicina all'uscita da potermi rivoluzionare, ricacciata nello stomaco, proprio vicino a quel posto... si, quello da cui dicono nascano le emozioni... L'anima? No, chi ci crede. Quel posto al centro del corpo, quello che se si sposta ti fa dondolare tra Contenimento e Maledizione.
Ci era andata vicina, ma nella sua natura è scritto che sarà per sempre parte di una ferocissima lotta tra dentro e fuori, un irrisolvibile dualismo umano.
domenica 1 aprile 2012
Lo Spreco
Io sono lo spreco.
Sono la matita in eccesso all'angolo dell'occhio;
sono il rossetto sotto le unghie;
sono l'acqua che cola sul mento quando bevi.
Sono il biscotto che immergi nel latte la mattina, con tanta attenzione aspetti che cada giù e proprio quando ti distrai diventa troppo molle e il tuo cucchiaio non riesce a recuperarmi. Ecco, io sono il biscotto spappolato sul fondo della tazza.
Sono seduta a questo tavolo da un'ora e lui guarda fuori dalla finestra. Immerge l'ennesimo biscotto nel latte e guarda fuori e quando si accorge che di nuovo si è trasformato in una disgustosa crema informe lancia ancora un'imprecazione e ne immerge un altro.
Va così da un'ora, non una parola, qualche sorriso e un abbraccio triste, troppo triste per essere spontaneo. Un abbraccio sprecato, un modo silenzioso per gettare lo spreco.
Ieri, dopo troppi mesi di occhiaie scavate con le unghie, rughe diventati canali per le lacrime, l'ho portato al cinema, sperando che, come quando eravamo ragazzini e cercavamo il buio per stare insieme, avrebbe afferrato nella penombra cinematografica la mia mano.
Lui la stringeva la mano, si, la stringeva forte. Ma non era la mia.
Ecco perchè aveva insistito tanto che non andassimo soli.
Fuori dal cinema, rideva e fumava con lei mentre pagava meccanicamente il conto dei miei abbracci settimanali, guardava lei.
Lei che non era bella, non si truccava, non perdeva troppo tempo con i vestiti.
Io invece ne spreco tanto di tempo, non solo per migliorare il mio aspetto, ma per migliorare me stessa: ore di lavaggi a mano della mia essenza, ore di smacchiatore sui miei difetti, ore che non erano abbastanza.
Io sono lo spreco, seduta a questo tavolo e lo guardo affogare l'ennesimo biscotto.
Alla fine lui svuota la tazza nel lavandino, facendo scorrere l'acqua, anche se tutti quei biscotti sprecati non vanno via, sono lì ad otturare il passaggio. Mi guarda amaramente e lo spreco va via, liberando le tubature.
Sono la matita in eccesso all'angolo dell'occhio;
sono il rossetto sotto le unghie;
sono l'acqua che cola sul mento quando bevi.
Sono il biscotto che immergi nel latte la mattina, con tanta attenzione aspetti che cada giù e proprio quando ti distrai diventa troppo molle e il tuo cucchiaio non riesce a recuperarmi. Ecco, io sono il biscotto spappolato sul fondo della tazza.
Sono seduta a questo tavolo da un'ora e lui guarda fuori dalla finestra. Immerge l'ennesimo biscotto nel latte e guarda fuori e quando si accorge che di nuovo si è trasformato in una disgustosa crema informe lancia ancora un'imprecazione e ne immerge un altro.
Va così da un'ora, non una parola, qualche sorriso e un abbraccio triste, troppo triste per essere spontaneo. Un abbraccio sprecato, un modo silenzioso per gettare lo spreco.
Ieri, dopo troppi mesi di occhiaie scavate con le unghie, rughe diventati canali per le lacrime, l'ho portato al cinema, sperando che, come quando eravamo ragazzini e cercavamo il buio per stare insieme, avrebbe afferrato nella penombra cinematografica la mia mano.
Lui la stringeva la mano, si, la stringeva forte. Ma non era la mia.
Ecco perchè aveva insistito tanto che non andassimo soli.
Fuori dal cinema, rideva e fumava con lei mentre pagava meccanicamente il conto dei miei abbracci settimanali, guardava lei.
Lei che non era bella, non si truccava, non perdeva troppo tempo con i vestiti.
Io invece ne spreco tanto di tempo, non solo per migliorare il mio aspetto, ma per migliorare me stessa: ore di lavaggi a mano della mia essenza, ore di smacchiatore sui miei difetti, ore che non erano abbastanza.
Io sono lo spreco, seduta a questo tavolo e lo guardo affogare l'ennesimo biscotto.
Alla fine lui svuota la tazza nel lavandino, facendo scorrere l'acqua, anche se tutti quei biscotti sprecati non vanno via, sono lì ad otturare il passaggio. Mi guarda amaramente e lo spreco va via, liberando le tubature.
lunedì 19 marzo 2012
La cura della Bellezza
Quanta bellezza sprecata. Quanta incredibile bellezza perduta.
Così pensava Viola passeggiando nel sole domenicale: pensava a quanta meravigliosa bellezza rimane inesplorata, lì nella penombra di uno sguardo a vuoto.
Camminava con la mano poggiata sulla borsetta e i capelli stretti in un a crocchia con un foulard rosso. Con quanta cura aveva intrecciato le sue ciocche una ad una, sistemate, raccolte con dedizione, avvolte con cura quella mattina. Si era truccata, aveva messo il suo rossetto profumato, si era messa le sue scarpette verdi, la sua gonna preferita, la maglia nuova ed era uscita.
Spesso si ritrovava ad accarezzare a sguardo perso qualche passante sorridente e a meravigliarsi della fortuna che le era stata concessa. Ancora più spesso, seduta sui propri pensieri, si chiedeva a cosa servisse la bellezza: era consapevole che la straordinaria bellezza della natura fosse necessaria all'uomo per alleviarne le pene, ma si chiedeva quale fosse il motivo che spinge l'uomo a non ricercarla, bensì ad servirsi solo della bellezza che gli viene sbattuta sotto il naso. Insomma, l'apparenza, un bel viso, un bel fisico, un bel panorama.
La bellezza che Viola cerca con la dedizione con cui raccoglie i suoi capelli e quella dei piccoli gesti, della cura, della forza, della poesia, una bellezza che si nasconde dietro un'apparenza ingannevole.
Eppure Viola stessa si rendeva conto di abbandonarsi alla bellezza di superficie: anche lei si truccava, si vestiva bene, anche lei "si faceva bella". Per questo stesso motivo cercava di farlo con cura.
La missione che si era scelta era quella di allietare la vista con la dedizione, creando una bellezza pregna di racconti di passione.
Pensando così, era giunta nel Giardino degli Aranci dove un ragazzo scuro scuro come uno zingaro, avvicinandosi ad una donna in lacrime, tirò fuori dalla borsa stracciata un fazzoletto che le porse con un sorriso. Ecco. Viola pensò che in fondo la bellezza non va poi del tutto sprecata, si va solo accumulando nel sorriso di qualcun altro per salvare almeno una piccola parte dell'uomo. Lo diceva Dostoevskij: "La bellezza salverà il mondo" e Viola voleva salvarlo.
Così pensava Viola passeggiando nel sole domenicale: pensava a quanta meravigliosa bellezza rimane inesplorata, lì nella penombra di uno sguardo a vuoto.
Camminava con la mano poggiata sulla borsetta e i capelli stretti in un a crocchia con un foulard rosso. Con quanta cura aveva intrecciato le sue ciocche una ad una, sistemate, raccolte con dedizione, avvolte con cura quella mattina. Si era truccata, aveva messo il suo rossetto profumato, si era messa le sue scarpette verdi, la sua gonna preferita, la maglia nuova ed era uscita.
Spesso si ritrovava ad accarezzare a sguardo perso qualche passante sorridente e a meravigliarsi della fortuna che le era stata concessa. Ancora più spesso, seduta sui propri pensieri, si chiedeva a cosa servisse la bellezza: era consapevole che la straordinaria bellezza della natura fosse necessaria all'uomo per alleviarne le pene, ma si chiedeva quale fosse il motivo che spinge l'uomo a non ricercarla, bensì ad servirsi solo della bellezza che gli viene sbattuta sotto il naso. Insomma, l'apparenza, un bel viso, un bel fisico, un bel panorama.
La bellezza che Viola cerca con la dedizione con cui raccoglie i suoi capelli e quella dei piccoli gesti, della cura, della forza, della poesia, una bellezza che si nasconde dietro un'apparenza ingannevole.
Eppure Viola stessa si rendeva conto di abbandonarsi alla bellezza di superficie: anche lei si truccava, si vestiva bene, anche lei "si faceva bella". Per questo stesso motivo cercava di farlo con cura.
La missione che si era scelta era quella di allietare la vista con la dedizione, creando una bellezza pregna di racconti di passione.
Pensando così, era giunta nel Giardino degli Aranci dove un ragazzo scuro scuro come uno zingaro, avvicinandosi ad una donna in lacrime, tirò fuori dalla borsa stracciata un fazzoletto che le porse con un sorriso. Ecco. Viola pensò che in fondo la bellezza non va poi del tutto sprecata, si va solo accumulando nel sorriso di qualcun altro per salvare almeno una piccola parte dell'uomo. Lo diceva Dostoevskij: "La bellezza salverà il mondo" e Viola voleva salvarlo.
sabato 17 marzo 2012
Malerba,ortiche e Ponentino
Ce ne ho messo di tempo, ma alla fine mi sono fatta coraggio e soprattutto mi sono fatta il blog.
Ci ho pensato tanto, mi fa un po' specie pensare di lanciare il mio intimo garbuglio all'interno di un enorme garbuglio a cui tutti possono accedere, ma era una scelta inevitabile: ho bisogno di esprimermi e il solo parlare non basta. Anzi, nel mio caso non è mai bastato: parlo e a volte balbetto, dico tantissime cose in ordine sparso, a volte parlo così tanto da farmi venire il mal di testa.
Se scrivo invece sono ordinata, sicura, mi preoccupo di meno ed esprimo di più.
Perciò, con ordine: cos'è la malerba?
La malerba è quella pianta stupida, a vedersi del tutto anonima, che, però, possiede una tenacia che poche piante possiedono: ricresce sempre, anche se la strappi via, anche se la togli dalla radice, ci sarà sempre un fastidiosissimo vento che ne riporta i semi e la fa crescere, di nuovo.
Così voglio che sia il mio pensiero: come la malerba, forte, tenace, all'apparenza innocuo, ma dalla resistenza sorprendente. E deve poter prudere, dare fastidio, pizzicare, come le ortiche.
Voglio che il mio pensiero si faccia spingere ovunque dal vento, metta le radici anche dove non si può. E che magari sia il Vento di Ponente, questa brezza fresca e dolce che ho scoperto questi giorni.
Vivo a Roma da sei mesi e dopo sei mesi di buio è tornato a splendere il sole, a fare caldo e a soffiare un vento nuovo che ha con sè tante storie: il Ponentino è un vento primaverile che soffia nei momenti più intimi della giornata, soprattutto la sera quando gli innamorati vengono presi dalla malinconia. Per questo, i romani dicono che il Ponentino sia il vento degli innamorati timidi, i quali affidano al vento il proprio amore sperando che soffi sull'amato. Ed è su questo vento dolcissimo, che non distrugge, ma si fa carico delle pene umane che voglio viaggino i miei semi di malerba.
Aprite la finestra ora, c'è un pensiero da piantare e un vento con una storia.
Ci ho pensato tanto, mi fa un po' specie pensare di lanciare il mio intimo garbuglio all'interno di un enorme garbuglio a cui tutti possono accedere, ma era una scelta inevitabile: ho bisogno di esprimermi e il solo parlare non basta. Anzi, nel mio caso non è mai bastato: parlo e a volte balbetto, dico tantissime cose in ordine sparso, a volte parlo così tanto da farmi venire il mal di testa.
Se scrivo invece sono ordinata, sicura, mi preoccupo di meno ed esprimo di più.
Perciò, con ordine: cos'è la malerba?
La malerba è quella pianta stupida, a vedersi del tutto anonima, che, però, possiede una tenacia che poche piante possiedono: ricresce sempre, anche se la strappi via, anche se la togli dalla radice, ci sarà sempre un fastidiosissimo vento che ne riporta i semi e la fa crescere, di nuovo.
Così voglio che sia il mio pensiero: come la malerba, forte, tenace, all'apparenza innocuo, ma dalla resistenza sorprendente. E deve poter prudere, dare fastidio, pizzicare, come le ortiche.
Voglio che il mio pensiero si faccia spingere ovunque dal vento, metta le radici anche dove non si può. E che magari sia il Vento di Ponente, questa brezza fresca e dolce che ho scoperto questi giorni.
Vivo a Roma da sei mesi e dopo sei mesi di buio è tornato a splendere il sole, a fare caldo e a soffiare un vento nuovo che ha con sè tante storie: il Ponentino è un vento primaverile che soffia nei momenti più intimi della giornata, soprattutto la sera quando gli innamorati vengono presi dalla malinconia. Per questo, i romani dicono che il Ponentino sia il vento degli innamorati timidi, i quali affidano al vento il proprio amore sperando che soffi sull'amato. Ed è su questo vento dolcissimo, che non distrugge, ma si fa carico delle pene umane che voglio viaggino i miei semi di malerba.
Aprite la finestra ora, c'è un pensiero da piantare e un vento con una storia.
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