domenica 28 ottobre 2012

Bianca e/è vuota

Bianca era stesa a pancia in su nel suo letto. Da lì dominava la stanza in penombra, con la finestra perfettamente incastonata in un muro sbriciolato e grigiastro.
Non c'era mai la luce diretta lì dentro: rimaneva inesorabilmente impigliata tra le piante del vecchio giardino condominiale. C'era un lunghissimo elenco di cose da fare, ma nel frattempo Bianca rimaneva lì a studiare i disegni che si erano composti con l'intonaco scrostato da anni e anni di poster attaccati e staccati con lo scotch.
Era domenica mattina e si sentivano le voci delle famiglie atomiche che si ricomponevano per il pranzo, le sedie e i piatti che già a quell'ora venivano disposti sulla tavola e...due voci maschili per le scale. Due voci sfacciate che se ne fregavano della tenera sacralità di quei rumori e con insofferente rigore leggevano i nomi sui campanelli, ridevano dei cognomi, per poi ricomporsi e suonare.
"Signoraaa! 'A signò! Signoraa!" urlavano, battendo ripetutamente alla porta con le nocche. La gente allarmata correva ad aprire per poi richiudere frettolosamente.
Driin. Fu il turno di Bianca.
Lo spioncino della sua porta rimaneva sempre aperto e uno spiraglio rotondo di luce filtrava notte e giorno nel corridoio buio. In quel momento due figure in camicia azzurra avevano conquistato quello spiraglio che li deformava e li appendeva sottosopra al piccolo vetro.
Bianca li osservò qualche istante da lì: avevano le maniche arrotolate fino al gomito, le spalle larghe, i capelli rasati, uno dei due aveva un'orribile voglia rossa che andava dall'occhio destro sino a metà della guancia, gli occhi verde foglia e un viso da sembrare finto.
I due ripetevano il solito rito, ma stavolta l'uomo con la voglia rimase immobile a fissare lo spioncino, sorridendo come un manichino.
Bianca si allontanò, ma in quel preciso istante la porta si aprì. Come se avessero la chiave, senza indugio sorrisero a Bianca.
" 'A signò, ti offriamo un pacchetto speciale: la nuova aspirapolvere Folletto e...".

Bianca era stesa a pancia in su in un letto. Non era il suo.
Le lenzuola erano bianche, le pareti erano bianche e c'era una finestra dipinta di bianco.
Bianca provò a sollevarsi dal letto, ma le gambe non ressero. Sdraiata sul pavimento si accorse di indossare una enorme camicia, bianca. Da lì vide la luce nera e notturna, il cielo rossastro e palazzi che non conosceva.
Le braccia piene di lividi e la certezza assoluta di essere stata privata. Privata. Non un verbo, non le avevano tolto qualcosa, era diventata di qualcuno, di altri, di tutti. Non era più suo il corpo, era una membrana che le stava addosso, dentro era stata svuotata, scavata e ripulita. Rimaneva solo l'immagine di una distruzione.
Cercò di aprire la porta senza maniglia e si trovò in un lungo corridoio senza mobili, dove l'unica cosa mobile era il flaccido ventre dell'uomo che sonnecchiava su una sedia. Bianca ci passò davanti con indifferenza.
Si trovò in strada senza alcuno sforzo, su di una lunga strada umida. Verde, poi gialla e rossa, rifletteva il semaforo. Bianca la percorreva in silenzio. Un ragazzo seduto sul muretto faceva facce buffe, mentre una ragazzina urlante gli scattava delle foto ridendo eccessivamente.
Bianca li osservò. E vide il vuoto profondersi anche in loro, ma inconsapevolmente.
Lei sapeva, era consapevole di essere vuota e questo la rendeva piena.
Era stata privata e ne era a conoscenza, solo per questo, allora poteva rimediare, riempendosi.
Il silenzio le faceva fischiare le orecchie, il dolore le faceva scoppiare la testa, ma la disperazione la fece trascinare.
Il semaforo tinse di verde la strada, Bianca camminava con lo stomaco annodato e una vita che le stava addosso come un peso, il cielo minaccioso era rosso.
Andare fu la cura, andare per riprendersi. Riprendersi come cura e riprendersi ciò che era privato. Bianca lasciò la strada verde e familiare e il cielo rosso e comprensivo. Cercò un cielo blu, più vero, più naturale e un rosso che le desse calore.

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