Io non
posso invecchiare.
O meglio,
non ne sono in grado.
Sai, amore
mio, mi avevano detto che ti avrei trovato, senza cercarti ti avrei trovato
perché tu saresti spontaneamente venuto da me.
Mi hanno
raccontato che tu sei il mio Futuro e che mi avresti amato tanto quanto ti amo
io. Ho aspettato, seduta su un gradino di pietra bianca, liscia, levigata
dall’attesa, lucida di lacrime e carezze.
Ho
aspettato, ma non venivi. Allora mi hanno detto che non basta aspettarti,
bisogna stuzzicarti, farti capire che sei amato, vai corteggiato con sapienza.
Mentre ero
seduta su quel gradino mi hanno detto che non ti concedi a tutti, che prediligi
solo quelli che ti sfidano.
Me l’ha
detto un signore senza un occhio, la barba lunga e le unghie nere: diceva che
si era abbandonato abbracciato ad una bottiglia di vino, dimenticandosi di
prendersi cura di te e tu, indispettito, hai sbattuto forte la porta di casa. E
la casa è crollata. E lui dorme per strada.
Amore mio,
mi sono messa sul ciglio di una strada, perché a quanto pare per avvicinarti
bisogna saper fare delle scelte. Ho scelto un lato della strada e sono rimasta
lì a guardare da che parte saresti arrivato.
Si è
avvicinato un uomo, non era bello e puzzava; vedendomi in piedi sul
marciapiede, si è accostato offrendomi dei soldi in cambio di una notte con
lui. “Per farmi compagnia” diceva.
Pensavo
fossi tu, l’ho seguito.
Ero una
città, con le luci, le strade, i colori caldi, il chiacchiericcio rilassato, la
musica, le biciclette.
Sono stata
saccheggiata, bruciata, depredata. Ero una Cartagine ricoperta di sale.
Ho deciso
di venirti a cercare, allora.
Ho preso i
miei stracci, una valigia rossa e ho nascosto sotto le unghie un po’ della mia
terra, dopo averla graffiata, disperata e delusa. Tradita.
Sono
venuta in una grande città, amore mio, ho pensato: “c’è tanta gente qui, ci
sarà anche Lui”.
Ti avevo
trovato in un abbraccio, nella cura di un gesto, nella novità.
Sei
capriccioso, amore mio. Non ti fai trovare nel “nuovo”, ti nascondi in
un’allucinata nebbia, nel frastuono di un treno che parte. Inarrivabile,
dispettoso, mi hai mangiata come pane. Ogni morso erano dieci anni che ti
portavi via.
Mi sono
frugata in tasca, con le mani che tremavano forte in preda ad un terrore
convulso. Cercavano una briciola, il boccone che ancora non avevi ingoiato.
Hai lasciato un solo pezzo di me. L’ho stretto
con la punta delle dita e ho visto il mio viso allo specchio.
Con quel
pezzo in mano, ho scoperto che non posso invecchiare. Ti sei portato via le
rughe, la pelle cadente, le dita nodose.
Con i tuoi
bocconi feroci, hai masticato via la mia vecchiaia.
I miei
occhi deliranti hanno provato a vedermi quarantenne, cinquantenne, sessantenne.
Non vedevano nulla.
Vedevano
la pelle ancora tesa dei miei vent’anni, con qualche sforzo potevano disegnare
sul vetro i tratti trasfigurati di una trentenne. Ma non di una donna anziana.
Sei
crudele, amore mio. Non facendomi invecchiare, non mi hai concesso un
privilegio, mi hai affidato una terribile maledizione.
Ho visto
cosa fai con la vecchiaia, l’ho visto sui volti dei miei amici, adolescenti con
le rughe, corpi prosciugati dalla vita. Dalla vita?
Ci illudi
finchè non ti conosciamo. All’improvviso, poi, ci scateni addosso una vecchiaia
precoce, che scalfisce la mente e dopo il corpo.
Amore mio,
potrai mai amare?
Oggi mi
fai paura. Ho visto quello che hai fatto alla mia amica: era forte, giovane,
aveva tante idee, tanti colori.
Adesso
veste di nero, le sono caduti molti capelli, le sue ossa sono esposte alle
lacerazioni di una città troppo grande e grigia, hai bevuto il suo corpo. È uno
spettro a cui fanno male le costole se si siede.
Non ha
esperienze, ha tanti dolori. Ha vent’anni e non ha più niente.
Sei come
quell’uomo cattivo, allora?
Non ci
voglio credere, non posso pensare che sia stato tu a spingere dalla finestra
del Dipartimento quello studente di filosofia. Anche lui ti aveva scritto. “Non
ho futuro” aveva lasciato su una lavagna e poi giù.
Caro amore
mio, oggi non tornerò a casa.
Ho bisogno
di cercarti, ti prego, fatti trovare. Soffia il vento, mi fanno male le costole
quando lascio l’aula dell’Università.
Passando
davanti ad una vetrina vedo il riflesso di un cadavere. Penso alla mia amica,
torno indietro per chiederle cosa ci faccia qui.
L’ultimo
pezzo che avevi lasciato mi scivola dalle mani, cade in un tombino.
Nere
lacrime taglienti tracciano due rughe verticali sulle guance, o su quello che
ne rimane. Io.
Mentre ti
scrivo, amore mio, mi hai aspirato gli ultimi anni via dalle vene. Le ossa sono
esposte, le unghie opache, i capelli bianchi.
Per
ripicca mi hai scavato il viso. Vecchia a vent’anni.
Il sole
tramonta, la mia forza tramonta.
Raccolgo
le mie ossa leggere leggere e ti cerco.
Un uomo
parla ad un bidone, racconta di averti conosciuto, di aver visto la tua
straordinaria bellezza nelle bandiere rosse di una rivoluzione.
Ma poi hai
pagato quelle bandiere affinchè diventassero foto per un libro di storia e lui,
che in te aveva creduto, che per te era scappato di casa, che ti aveva amato
tanto, da morire, era rimasto con un corpo che gli invecchiava addosso e la
mente gettata nelle tue tasche per tanto tempo, così tanto che pensava ancora
che saresti tornato a rimettere tutto a posto.
Amore mio,
ho paura, è freddo qui per strada e c’è tanta gente che mi parla male di te.
Ascoltami
per qualche secondo. Non ho fede, non riesco ad aver fiducia in promesse che
non si palesano in atti concreti. Se mi raccontano di te col terrore negli
occhi, non posso fare a meno di immaginarti terribilmente crudele, così futuro
da essere più vicino alla morte che alla vita.
Però ti
amo così tanto, ti sogno con così tanto ardore che mi fa male immaginarti
cattivo. Anzi, il solo pensiero mi fa sperare di poter cristallizzare a questa
età la mia vita. Per sempre, nella morte buia come questa notte che non so
nemmeno se ci siano le stelle e la luna.
Un’
esplosione mi apre la testa, il cervello diventa una bolla di sapone enorme, mi
fa galleggiare sulla strada, una luce mi schizza la faccia. C’è un ragazzo in
un cono di luce, fuma piano, sorride alla sua sigaretta e libera piccole
boccate confuse.
Mi
avvicino, lui ride mostrando bianchissimi denti d’avorio, gettando all’indietro
la testa, facendo in modo che alla luce brillassero gli enormi occhi neri.
Il sangue
non mi arriva alle dita, gelide, che lui stringe con calore, come a volersi
congratulare.
“Ciao, io
sono Tempo. È un soprannome, ma tutti mi chiamano così e non ricordo più quale
sia il mio nome, poco importa”.
Amore mio,
è stato una rete da pesca in cui mi sono incastrata.
Lui
correva, mi diceva di stargli dietro, che dovevo togliermi quell’aria
spaventata.
Mi ha
portato su di un enorme collina di lavanda, lontanissimi dal grigio isterico dell’asfalto,
quel travolgente profumo di buono mi ha stordita a tal punto da farmi
dimenticare cosa cercassi.
“Perché ti
chiamano Tempo?”
“Perché i
miei amici dicono che non sto mai fermo, che sono come una tempesta. Altre
volte dicono che sia come un temporale: scuro scuro, uno scroscio d’acqua e
tanti lampi”.
Il tempo,
quello vero, sembrava essersi dimenticato di noi. Io… io ho dimenticato te. Ed
ero felice, straordinariamente felice!
Ho chiesto
a Tempo se ti conoscesse, amore mio. Ha riso, sdraiandosi sull’erba. Ha detto
che sa di te, che non può conoscerti perché gli sei addosso come un paio di
pantaloni perfettamente tagliati su misura.
Mi ha
detto che tanti gli avevano detto di venirti a cercare, come hanno fatto con
me, perché aveva costruito una vita in tua funzione. Tempo ti ha cercato in un
libro, in una canzone, in un amore, in un disegno e ha scoperto che più ti
cercava, più ti perdeva.
Ogni
parola in cerca di te era una netta coltellata sulla tua pelle.
Amore mio,
ho capito: non sei cattivo, sei debole!
Vivi della
nostra forza, delle mie scelte e se vai via è perché siamo noi a non darti
vita.
Ho capito
che tu sei me. Mi scorri nelle vene, pervadi ogni singola fibra del mio corpo e
vai via solo quando ci abbandoniamo, pigri, a contemplare ciò che abbiamo fatto.
E devasti, deluso, la pelle di chi ti ha cacciato perché non più in grado di
scegliere, di amarti.
Sulla
collina ho visto, nello stesso istante il sole sorgere e la luna tramontare.
Sei
un’idea, amore mio, sei nella mia testa e diventi reale, ora, nell’azione.
Sorrido e
mi abbandono ad un abbraccio di Tempo, dice: “il futuro è il presente pensato.
Ama il tuo Tempo”.
Intangibile
presenza, sei con me in ogni scelta. Diventi carne quando agisco.
Ti ho
trovato.
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