lunedì 7 gennaio 2013

L'inganno

Cara Rivoluzione,
vorrei poterti parlare, ma finisco inevitabilmente per scriverti una lettera. E' una cosa scioccamente formale, ma non conosco altro modo per raccontarti qualcosa che non vedi.
Mia cara Rivoluzione, ora sei nella stanza accanto alla mia, con la tua bandiera del Che che protegge le tue intenzioni, hai la televisione accesa ad un volume bassissimo e nel frattempo sonnecchi sul tuo materasso comprato per corrispondenza.
Quando ti ho vista, a stento ti ho riconosciuta: ti ricordavo per strada, con i capelli lunghi e scompigliati, colorata e chiassosa. Ci somigliavamo molto.
Invece ora sei silenziosa, i capelli sono corti, biondi e lisci, la mattina ti svegli presto per andare a lavoro e la sera torni tardi, mangi la tua zuppa e ti metti a letto.
Ti danno uno stipendio da fame, ti tengono dieci ore in piedi a piegare vestiti e a trascinare scaffali, la tua laurea ormai è inutile, il tempo l'ha resa obsoleta, il tuo ragazzo ha trovato lavoro in un'altra città, ma tu non puoi raggiungerlo. E se lasci questo lavoro da schiavi e non ne trovi più uno nuovo?
Allora te ne stai nella tua stanza al buio con la tv accesa, ti svegli presto e torni tardi, il fine settimana bevi e ti rimetti a letto, per poterti alzare presto il giorno dopo.

Mia carissima Rivoluzione,
forse non te lo ricordi, ma qualche settimana fa ci siamo incontrate in quel supermercato vicino casa. Con la casacca verde, ordinavi l'insalata al banco frigo.
Non ho avuto il coraggio di salutarti, ti ho chiesto di passarmi la busta di radicchio e tu, con lo sguardo amaro quanto quel radicchio, mi hai passato meccanicamente la busta rossa.
Mi sono chiesta quali fossero i tuoi sogni, come ti vedevi da piccola, se hai mai desiderato di diventare famosa o ti fosse mai piaciuta l'idea di un bel lavoro tranquillo che però ti lasciasse tempo per coltivare le tue passioni, oppure se tu abbia mai voluto un lavoro movimentato che ti occupasse tutto il giorno.
E invece non ti sei accorta di me, dei miei dubbi, di quel supermercato, della tua casacca e del radicchio amaro.

Cara Rivoluzione adorata,
ti aspettavo il tardo pomeriggio, quando giocavamo insieme (e potevamo farlo senza vergogna, perchè allora non c'era fretta). Ogni giovedì alle sette ci vedevamo, tu mi leggevi le tue poesie bellissime, piene di parole, sempre diverse, fantastiose...
Convinta di seguire le tue orme, mi sono dimenticata un po' di te. Poi è scoppiato tutto: non si poteva più giocare, c'era urgenza di te, allora tutti hanno iniziato a chiamarti, a tirarti, a toccarti, ad abusarti.
Quando ci siamo riviste, non scrivevi più poesie, riuscivi a scrivere solo di te, ma senza verbi al presente. Solo al passato. Ti sei accontentata di un lavoro da impiegata, dicendo: "non è quello che sognavo, però non è così male, magari più in là mi piacerà".
Ti ho chiesto che lavoro fosse e mi hai risposto: "responsabile del controllo giornaliero dei titoli di viaggio nel settore dei mezzi di locomozione su binari". Cioè, il controllore dei biglietti del treno.

Vedi, mia dolcissima Rivoluzione, ti prendono per il culo.
Lo sai che per te ho un rispetto reverenziale, ma ti prendono per il culo e io non pensavo fossi così ingenua.
Quella volta che ti sei svegliata mi hai fatto battere il cuore, eravamo lontane ma ti vedevo in televisione e facevo il tifo per te, mi rendevi orgogliosa!
Invece ti sei fatta illudere da un titolo altisonante per un lavoro umile. Ti hanno rubato quelle belle parole che prima conoscevi e te le hanno restituite sotto forma di promessa. E ti accontenti di questo?
Lo diceva Nanni Moretti, "le parole sono importanti!" e non hanno nemmeno l'onestà di dare un nome schifoso ad un lavoro schifoso. Se almeno sapessi a cosa vado in contro, saprei darmi da fare, saprei motivarmi e non fermarmi alla prima scelta.
Se uno ha necessità di lavorare e si mette a fare lo spazzino, almeno può dirsi:
"Cacchio, sto facendo lo spazzino! Da domani mi cerco qualcosa di meglio".
In questo modo, sapremmo esattamente la qualità della vita che si cela dietro ogni lavoro e potremmo responsabilmente scegliere il meglio per noi, per le nostre aspettative, per le nostre disponibilità. E invece no, ci raccontano la storiella dell'equivalente qualità di tutti i lavori, ci rincoglioniscono con nomi che sembrano posti di primo piano e poi ci condannano tutta la vita a lavare cassonetti. "Perchè qualcuno lo deve pure fare e poi è un lavoro di tutto rispetto".
Così, cara Rivoluzione, ci fanno sentire in colpa se ci rifiutiamo, perchè siamo schizzinosi. Allora ci mettiamo a lavorare nei call center e non ci fanno uscire più, diventiamo infelici circondati da altri infelici e ci convinciamo che non arriverai mai, così tu non arrivi per davvero.
Mia amata Rivoluzione, ti ho scritto questa lettera perchè volevo ricordarti che l'unico modo per farti tornare davvero e far cambiare davvero le cose è ESSERE CONSAPEVOLI.
Se l'operatore della nettezza urbana non sa che è uno spazzino, non si ricorderà mai di quando da piccolo sognava di diventare un pittore e non si opporrà mai alla paga di merda, al lavoro di merda, alla vita di merda... Farà ciò che deve, perchè gli hanno raccontato che anche lui è un anello della catena sociale e se lui si rompe, tutto si rompe.
Vedi, parliamo ancora di catene. Ti volevo solo ricordare questo. Ti volevo parlare di quando tu raccontavi dell'uguaglianza, delle pari opportunità, di una mobilità sociale che sia davvero in movimento.
Bè mia cara Rivoluzione, sappi che non ti aspetto, ti cerco negli occhi dei commessi, degli impiegati, degli sfruttati... Spero ti ricorderai un giorno di come si fa a far battere un cuore, nel frattempo, ti cerco e parlo di te.

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